Un balzo di qualche secolo e atterriamo in pieno Cinquecento. I “Profili musicali” di Alessia Babetto ci portano a scoprire un certo Marenzio, principe del genere madrigale. E qui ci soffermiamo, non tanto sulle note, quanto sulla poesia, sulla tecnica, su quale sia lo strumento più vicino alla perfezione…

Cari lettori, ben ritrovati fra le pagine di questo blog. Se la settimana scorsa vi siete addentrati, insieme a me, nel turbinio di note che compongono un brano di musica contemporanea che spero vi abbia solleticato una certa curiosità e vi abbia spinto ad ascoltarlo, oggi voglio farvi fare un balzo all’indietro e portare la vostra attenzione su un altro tipo di musica, che invece di apparire tormentata era volta a descrivere con estrema raffinatezza tutti i più piccoli accadimenti della vita.

Parlo proprio di “accadimenti”, e voglio a tal ragione rimarcare l’antichità che il termine porta con sé, perché condensa in modo armonioso tutte quelle cose che prese singolarmente appaiono piccole, ma che sommate insieme danno grande significato alla realtà. Mi riferisco ad un genere che ha preso forma nel Cinquecento e la cui musica si modella anche intorno a qualche componimento del Canzoniere di Petrarca.

L’autore di cui vi parlerò oggi è stato definito “il più dolce cigno d’Italia” grazie all’estrema liricità e dolcezza che riusciva a trasmettere con la propria musica. Ve lo presento, dunque: Luca Marenzio, vissuto nella seconda metà del 1500 nella attuale capitale italiana era, insieme a Carlo Gesualdo Principe di Venosa, uno dei due compositori che sono stati capaci di dare massima fioritura al genere del madrigale. Questo termine ha dato molto filo da torcere ai filologi, i quali hanno cercato nell’etimologia una possibile comprensione del suo significato più profondo, sostenendo che le sue radici potrebbero identificarsi nel latino volgare, nel provenzale o nello spagnolo, dividendosi quindi fra chi ritiene sia un componimento che descrive un argomento rustico o pastorale, oppure, tradotto letteralmente “di lingua materna, dialettale”, oppure ancora, “alba”.

Quello che vorrei fare oggi, però, non è analizzare il componimento di Marenzio su testo di Petrarca, Zefiro torna e’l bel tempo rimena, (https://www.youtube.com/watch?v=JBwt9XDDMjM) che tutti coloro che hanno frequentato il conservatorio conoscono senza ombra di dubbio perché è un ottimo esempio per mettere a confronto Marenzio con il successore Monteverdi, il quale ha composto una sua versione del medesimo madrigale.

Quello su cui voglio soffermarmi è invece la tecnica compositiva e il gusto di quell’epoca. Il testo, innanzitutto, già allora godeva di una certa fama e gli era attribuito un elevato valore poetico, poiché è in grado di essere musicale già senza musica, leggero come l’arrivo della primavera che descrive, ma nostalgico e malinconico come solo il ricordo della perdita di una persona amata ci sa far nascere nel cuore (https://it.wikisource.org/wiki/Canzoniere_(Rerum_vulgarium_fragmenta)/Zephiro_torna,_e_%27l_bel_tempo_rimena).

Marenzio si trova di fronte ad un’opera che ha già in sé tutta la sua completezza e decide allora di ricreare su un’altra dimensione la rappresentazione sonora delle parole stese su carta, attribuendo ad una polifonia di voci che si intrecciano le une sulle altre il soffiare di Zefiro, l’aprirsi della natura al mite respiro della stagione che avanza e il tremore del cuore che rimane impassibile di fronte a tanta bellezza, perché immobilizzato da una presenza ormai negata dalla sorte. Quello che a mio avviso traspare è la naturalezza delle voci che, rimanendo elegantemente fedeli a se stesse, sanno comunicare serenità e subito dopo, sconforto, ma sempre come se tutti questi piccoli episodi fossero stati dipinti lievemente, usando l’artificiosità per ricreare la naturalezza, o meglio per conferirle un aspetto ancora più soave.

Tante volte mi sono chiesta come mai gli insegnanti di storia della musica si soffermassero così tanto su questo genere musicale, e non fosse trattato come semplice materiale di informazione, e ora posso dedurre che la risposta è piuttosto semplice: oltre alla sua incantevole bellezza è un esempio di quanto la voce sia lo strumento più comunicativo al mondo, di quanto questa sia già completa e perfetta così come ci esce naturalmente grazie al vibrare delle corde vocali e di come spesso, invece, si può pensare che più si riesce a dissimularla, e migliore sarà il risultato.

Ma chi siamo noi per decidere quale sia il suo miglior uso e impiego e quale la forma più elevata di stile o genere? Non è forse musica tutto ciò che ci emoziona, perché sa toccare le corde più sottili del nostro proprio e personale sentire?

Grazie per essere rimasti con me, vi aspetto la settimana prossima per scoprire ancora qualcosa di nuovo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *