Secondo me maschi e femmine non si capiranno mai. Per fortuna. Non voglio parlare di cronaca, di femminicidio, di pari opportunità, di rapporti di coppia. Per parlare di questo è necessario fare della sociologia, della psicologia, della politica: ed io non ne sono capace. E poi mi sembra che ci sia una questione di “essenza” da affrontare, prima di tutto.
Il fluire dei tempi, grazie a dio, ha scardinato modelli: ma, per il mondo maschile, non ne ha creati di nuovi; diverso il discorso per il mondo femminile.
Il termine “virile” fa ribrezzo, è connesso alla forza bruta, a movimenti belluini dell’animo. Ma è un errore. Che il maschio possa essere virile non significa dividere il mondo in due: da una parte la rudezza e dall’altra, per generazione spontanea, la grazia e la dolcezza. Che la virilità del maschio serva a proteggere e a tranquillizzare non significa che per ottenere questi risultati si debbano scatenare guerre e fare a pugni: significa, secondo me, una pacata capacità di esserci sempre ascoltando e accogliendo: perché ci vuole molta forza per ascoltare.
Siamo però in una fase di passaggio che richiede tempo e cultura nuova per cambiare le cose, e intanto i maschi è vero che non sono più quelli di una volta ma non sono ancora quelli di domani. Molti sono in mezzo al guado, confusi, storditi; talvolta seppelliscono astio e insoddisfazione per una condizione offuscata o persa. E scatenano rabbia e astio appena dall’altra parte il femminile si dispiega nella sua autonomia e indipendenza.
Eppure, anche se capiterà che un nuovo maschio si farà strada pienamente nelle nostre società, la lotta non finirà. Ed è un bene. Spegnere il conflitto, negare le differenze innegabili significherebbe stingere la vita, assopire gli impulsi, neutralizzare le risonanze tra lei e lui. Che un maschio nuovo sorga. Ma che maschio rimanga.

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