Erano cinque anni che facevo il chierichetto nella vecchia chiesa degli anni cinquanta, a Ca’ Cappellino, un villaggio addossato sull’argine del Po, la chiesa della mia parrocchia, e della parrocchia di mio padre e mia madre.
Ero cresciuto aiutando prima Don Armando e poi Don Amedeo, indossando con emozione la cotta nuova quando arrivava il periodo dell’Avvento.

La domenica, puntualmente, mi incaricavo della prima lettura, e portavo il calice sull’altare prima dell’eucaristia, e suonavo il campanello prima del Padre Nostro, per invitare tutti ad alzarsi in piedi.
Ero molto affezionato a Don Amedeo, così come lo ero stato a Don Armando, e sapere che soffriva perché gli avevano imposto un nuovo incarico fuori provincia mi procurava molto disagio.
Avrei voluto aiutarlo e lenire una sofferenza che, per altri motivi, lo aveva già segnato da molti anni, procurandogli depressioni continue e un fisico ormai ridotto a pelle e ossa.

La prima domenica senza Don Amedeo, a Ca’ Cappellino, non c’era ancora il nuovo parroco. E Don Giulio, del centro salesiano di Contarina, venne a celebrare la Santa Messa.
Don Giulio, uomo dalla fine intelligenza, colto e carismatico, fu molto gentile con me, quasi comprendendo il malessere che faticavo a nascondere.
Prima della celebrazione non mi disse nulla di particolare, né mi diede precisi incarichi, nemmeno quello della prima lettura.

Di mia iniziativa, ad un certo punto, ricordo che lasciai il posto sull’altare vicino a quello del parroco per recarmi presso la parete di lato, prendere una sedia, salirci sopra, e spegnere il riscaldamento.
Così alla fine della Messa non me ne sarei scordato come era già accaduto altre volte.
Quando Don Giulio si avvicinò all’altare dove si preparava a celebrare l’eucaristia io avevo il compito di provvedere, come al solito, a spostare il messale.
Lo presi con entrambe le mani, come sempre, ma stavolta dopo un paio di passi inciampai nel groviglio di fili collegati al microfono.

Il leggìo che sosteneva il messale traballò paurosamente e, dopo qualche lenta oscillazione, prese uno slancio improvviso cadendo rovinosamente in avanti proprio nella direzione di Don Giulio il quale, fronte verso la navata, aveva già aperto entrambe le braccia in posa celebrativa.
Il leggìo, prima di arrivargli addosso, aveva leggermente ruotato in senso orario, e questo aveva consentito allo spigolo di colpire Don Giulio proprio sulla tempia destra, facendogli perdere immediatamente i sensi e provocandogli una caduta repentina, fulminea, crudelmente silenziosa.
In breve vicino al capo del parroco, sul marmo, si creò una estesa chiazza di sangue scuro e Don Giulio non si alzò mai più.

Quante volte mi era capitato di rimanere appoggiato a lungo con la schiena alle mura interne senza intonaco…e quante volte ero rimasto lì ad ascoltare gli spifferi di vento che trovavano varchi attraverso le vetrate verdi, ai lati della navata…

All’improvviso mi ero ritrovato, lontano dai rumori concitati di sottofondo, nel posto in cui sin da subito avevo deciso di nascondermi: un piccolo vano ricavato alla sinistra dell’altare, all’estremità del transetto, irraggiungibile alla vista di ognuno, davanti ad un vecchissimo bancale di legno.
Sopra ci avevo ritrovato i resti di qualche vecchia torcia, una scatola vuota di cartone umido, una piccola lampada che non aveva mai funzionato, un paio di vecchi candelabri dorati, qualche foglio illeggibile e un coltello arrugginito, spuntato, sporco di cera nera.
Fu lì, mentre mi ero appena appisolato rannicchiato nell’angolo più freddo e lontano della stanzetta, che mi vennero a prelevare i Carabinieri.

Il primo fu abbastanza duro e scortese ma il secondo, più giovane e muscoloso, si dimostrò molto gentile con me chiedendomi di alzarmi e seguirlo, mentre con l’avambraccio destro, strofinandolo sulla parete, cercava di togliere qualche vecchia ragnatela.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *