Nella mostra a Palazzo Roverella si è persa l’occasione di coinvolgere soggetti che da anni fanno ricerca e riscrittura critica del cinema italiano in Polesine. Scrive così, Alberto Gambato, in una lettera di questi giorni.

Più di qualcuno, in verità, visitando la mostra “Cinema!” a Palazzo Roverella, aveva fatto notare l’assenza dello stesso Alberto Gambato e del suo documentario L’isola che c’era, sulla genesi del film Scano Boa. Di questo, tuttavia, il regista chiaramente non parla, se non per portare l’attenzione su un aspetto assente nella mostra: la ricca rete di soggetti che in Polesine da anni contribuiscono a tenere viva l’attenzione e l’analisi critica sul cinema italiano in Polesine.

In questi giorni, lo stesso Gambato ha scritto al Gazzettino di Rovigo, commentando un articolo sulla mostra, apparso in questi giorni. “Dopo aver visitato la suddetta esposizione mi trovo a porgere i miei più vivi complimenti alla Fondazione Cariparo, per aver avvertito l’urgenza di una mostra allestita in modo impeccabile e che in molti attendevamo da qualche anno – scrive il regista -. Ad impreziosire l’iniziativa vi sono personalità di spicco del panorama nazionale, quali il curatore Alberto Barbera e saggisti del calibro di (tra i tanti) Marco Bertozzi e Adriano De Grandis nel catalogo. La loro presenza, per tirare le fila di quello che è stato il contributo territoriale polesano alla storia del cinema italiano, dà senza dubbio risalto a tutta la provincia di Rovigo. Congratulazioni che si raddoppiano, considerato l’esiguo arco temporale semestrale in cui la mostra è stata preparata ed allestita”.

“Sulle scelte e le omissioni molto è stato detto e scritto – prosegue Gambato – quel che mi sento di aggiungere riguarda l’occasione persa di fare sistema da parte dei “contributori” polesani all’esposizione ed il loro mancato coinvolgimento di quelli che potremmo definire come soggetti influenti in provincia, non tanto e non solo per uno sterile onor di firma o una stucchevole salvaguardia di rapporti, quanto per risolvere lacune ed inesattezze di ordine storico, informativo e contenutistico all’interno della mostra e del catalogo”.

“Mi riferisco a realtà non interpellate quali Magnacharta di Porto Tolle, Arci Rovigo, Circolo del Cinema di Adria, I Druidi di Loreo, REM – Ricerca Esperienza Memoria, che da anni hanno intrapreso un capillare percorso di ricerca storica e (ri)scrittura critica di quello che è (stato) il cinema italiano nel Polesine, con il fine di de-storicizzare il processo di produzione cinematografica nel territorio, poiché esso è tuttora in corso, arrivando così a dare conto in modo equilibrato, sia di ciò che è già abbondantemente storia del cinema in Polesine, sia di ciò che è cinema del presente nella nostra provincia. Con il loro apporto, si sarebbe giunti ad una “impaginazione” più corretta, equilibrata ed efficace dello spazio espositivo al Roverella e ad una maggiore esattezza informativa e saggistica, sia nella mostra che all’interno del catalogo”.

“Un esempio efficace di questo, tra i tanti, è proprio L’isola che c’era, di cui si è ampiamente riferito nelle scorse settimane: si tratta di un documentario impensabile senza le ricerche effettuate da parte del Circolo del Cinema di Adria, per definire in modo inedito e determinante la genesi del cinema polesano, dalla viva voce dell’ultimo sopravvissuto della troupe che realizzò il cortometraggio Scano Boa (1954), diretto dal rodigino Renato Dall’Ara”.

“Il coinvolgimento delle realtà sopracitate avrebbe anche permesso di risolvere il conflitto di interessi di chi è normalmente autore di prodotti audiovisivi e si è trovato ad essere coinvolto nella realizzazione dell’esposizione a palazzo Roverella – conclude Gambato -. A proposito de L’isola che c’era, urge una precisazione: il film non è stato del tutto “ignorato”. All’interno del catalogo della mostra, nel saggio Scano Boa: uno, due e tre, l’estensore dello scritto ha infatti ritenuto di copiare/incollare (senza citazione alcuna) l’espressione “ultima lingua di sabbia che separa il Po dal mare Adriatico” proprio dalla sinossi de L’isola che c’era“.

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