Ultimi giorni per visitare nelle sale dello spazio veneziano dei “Tre Oci” sull’isola della Giudecca le rassegne “René Burri. Utopia” e “Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo”.

La prima realizzata da Magnum Photos in collaborazione con Civita Tre Venezie e curata da Michael Koetzle, con 100 opere, la seconda curata da Denis Curti, direttore della bella rivista “Il Fotografo”, con oltre 50 fotografie inedite.

Entrambi membri della prestigiosa agenzia fotografica Magnum, Burri (che ne diverrà presidente nel 1982) e Scianna appartengono, pur nella loro diversità, a quella categoria di autori che “attraverso il mezzo fotografico esprime personali visioni, sia che si traducano nella passione di Burri di documentare grandi cambiamenti politici e sociali, sia che rispondano al tentativo, nel caso di Scianna, di carpire, all’interno del flusso caotico dell’esistenza, istanti di senso e di forma”.

Utopia di René Burri (Zurigo, 1933-2014) riunisce, per la prima volta immagini del grande artista svizzero dedicate all’architettura, con scatti di famosi edifici e ritratti di architetti: “ è un fotografia costruttiva“.

“La fotografia di Burri nasce dal bisogno di raccontare i grandi processi di trasformazione e i cambiamenti storici, politici e culturali del Novecento con una forte attenzione verso alcuni personaggi (indimenticabili i suoi ritratti di Che Guevara e Pablo Picasso) che ne hanno fatto parte”.

Burri concepisce l’architettura come una vera e propria operazione politica e sociale che veicola e impone una visione “ around the world “, che lo spinge a viaggiare tra Europa, Medio Oriente, Asia e America Latina sulle tracce dei grandi architetti del XX secolo, da Le Corbusier con il suo monastero domenicano Santa Maria de la Tourette a Oscar Niemeyer a Brasilia, da Mario Botta a Renzo Piano, da Tadao Ando a Richard Meier.
Accanto ai loro ritratti e alle loro costruzioni, in Utopia si ritrovano anche le immagini di eventi storici particolarmente densi di contrasti e di speranze, come la caduta del muro di Berlino, il Libano nel 1991 o le proteste di piazza Tienanmen a Pechino nella primavera del 1989, Varsavia e Mosca e la fabbrica Skoda o la California degli anni 80.

L’ultimo piano della Casa dei Tre Oci è dedicato all’opera di uno dei più importanti fotografi italiani, Ferdinando Scianna (Bagheria, 4 luglio 1943) ed in occasione dei 500 anni della nascita del Ghetto ebraico di Venezia, creato il 29 marzo 1516, la Fondazione di Venezia ha deciso di avviare una ricognizione fotografica con l’obiettivo di raccontare la dimensione contemporanea del Ghetto.

Scianna ha realizzato un reportage fotografico in pieno stile Street Photography, raccogliendo immagini inerenti la vita quotidiana del Ghetto, senza tralasciare ritratti, architetture, interni di case e luoghi di preghiera: chiese, ristoranti, campi, gondole sono i soggetti che animano il panorama visivo del progetto, in un contesto mistico ma semplice.

“Ferdinando Scianna, osserva il curatore Denis Curti, ha saputo costruire un racconto delicato, dando forma a una memoria collettiva elevando e distinguendo singole storie: se ne avverte la bellezza e la solennità, Il dolore mai urlato dell’Olocausto; le pietre d’inciampo ( mattonelle in ottone davanti alle ultime residenze di deportati ), ed i segni di una vicenda destinata a restare indelebile. Dentro queste fotografie ci si orienta. I punti cardinali si fanno abbraccio e segnano le linee di una confidenza visiva capace di entrare nei confini dell’intimità dei molti ritratti che compongono il complesso mosaico di questa esperienza: è il linguaggio degli affetti, è la grammatica dei corpi”.

Le parole dette dai due grandi fotografi accompagnano le esposizioni: “Le fotografie sono come i taxi nell’ora di punta – se non sei veloce abbastanza, qualcun altro arriverà prima di te.
Sono nato e cresciuto nell’epoca del fotogiornalismo in bianco e nero.
Non ho mai avuto il tempo nè il lusso di inventare una mia teoria del colore.
Quando è arrivato il colore, sono stato interessato ad esprimere quello che stava accadendo intorno.
La macchina fotografica per me è sempre stata una bacchetta magica per poter accedere a luoghi in cui intraprendere nuovi esperimenti.
La fotografia è un momento, quando schiacci il bottone non tornerà mai indietro.
Si può mentire con le fotografie. Si può persino dire la verità, per quanto ciò sia estremamente difficile.

A volte i reporter sono testimoni di momenti eccezionali, di grandi avvenimenti della Storia. Tutto questo produce importanti documenti, qualche volta persino grandi fotografie. Se devo essere sincero, però, i momenti che più mi piace ricordare sono quelli, purtroppo rari, nei quali, magari sotto casa, la realtà sembrava miracolosamente organizzarsi in modo che io potessi coglierne un istante significativo e irripetibile” di Renè Burri.
“ La fotografia è per me un mestiere, il filtro attraverso il quale entro in relazione con il mondo e il mondo con me. La ricerca forse assurda, di istanti di senso, di forma, nel caos della vita. Tentativo di comprendere, di comprendersi. E’ una maniera di vivere.
Il luogo comune che vuole che la fotografia sia specchio del mondo, credo si possa rovesciarlo: il mondo è lo specchio del fotografo.
Il mio mestiere è fare fotografie, e le fotografie non sono lo strumento per costruire metafore. Nè concetti. Le fotografie mostrano, non dimostrano.
Non pretendo – non lo pretendo più di cambiare il mondo con le fotografie.
Mi ostino a credere, però, che le cattive fotografie lo peggiorano“ di Ferdinando Scianna.
Queste sono grandi fotografie, molto buone pur nella diversità dei temi trattati: una lezione di vita, di storia e di architettura che tanto hanno da insegnarci, modelli ancora attuali e riproponibili.

La mostra alla Casa dei Tre Oci è aperta fino al 8 gennaio 2017, tutti i giorni escluso il martedi, dalle ore 10 alle 19. 

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