Venezia ha fatto il suo ingresso nel XX secolo grazie a un gruppo di magnati dell’industria, visionari e spregiudicati e partecipi delle affabulazioni politiche che avrebbero plasmato la storia del Paese, anche con carambole tragiche. Molti di loro erano pure coltissimi e amanti dell’arte. Forse questo già spiega in che modo abbiano plasmato la città, capaci di creare la Mostra del Cinema al Lido e in contemporanea il polo della chimica e della siderurgia a Porto Marghera, un lembo di fronte all’altro della laguna.

Prendete Vittorio Cini: a cavalcioni sul capitalismo italiano ha attraversato tutto, glorie e macerie, disonore e riscatti e intanto accumulava tesori d’arte, con cui faceva splendere il suo Palazzo a San Vio e poi riscattava l’isola di San Giorgio, ora fabbrica di cultura come pochi.

Palazzo Cini si è fatto largo negli ultimi anni tra le mete d’arte in laguna. E ne vale davvero la pena. La casa-museo è, come altri edifici storici in laguna, disabitata eppure agghindata a festa. Tuttavia, salendo piano dopo piano, ci fa immergere nel mondo di un collezionista tremendamente curioso, proteso allo stesso tempo al passato e al suo presente, alle arti decorative e alle tele di Lorenzo Lotto. La sua camera di meraviglie sembra voler parlare ai contemporanei, incitandoli a un viavai di sguardi tra passato e presente.

Luca Massimo Barbero, che alla Fondazione Cini dirige l’Istituto di storia dell’arte, ha spinto ancora di più l’acceleratore, portando a palazzo artisti come Ettore Spalletti, Vik Muniz e Adrian Ghenie e ognuno di loro ha costruito la propria mostra ispirandosi alle opere che ammiravano di stanza in stanza. Perché Palazzo Cini fa questo effetto di continuo slittamento nella linea del tempo. È davvero, come dice Barbero,

«una centrale della vitalità stereoscopica tra passato e presente, fuori da ogni tempo».

Così, non fa strano in questi giorni venire a Venezia e incontrare Roma. E non una Roma qualunque. Ma gli stessi monumenti, edifici e piazze, impressi a distanza di quasi tre secoli da un incisore e da un fotografo, forse i migliori che abbia avuto il nostro Paese. Parliamo di Giambattista Piranesi e Gabriele Basilico.

Dieci anni fa, la Fondazione Cini aveva rispolverato il patrimonio di incisioni di sua proprietà e si era chiesta come avrebbe potuto un occhio contemporaneo riprodurre quell’atlante architettonico. Il risultato è sorprendente. Ora, nell’anno in cui si celebrano i tre secoli dalla morte di Piranesi, la Fondazione Cini ha ripreso 25 di quelle vedute e 26 foto (di cui 12 inedite) e ha rimontato la panoramica.

Che sia il Colosseo, il Pantheon o Piazza del Popolo, il Campidoglio o il Tempio di Antonino e Faustino, gli oggetti ci appaiono immutati e sconosciuti allo stesso tempo. A cambiarli sono le invenzioni prospettiche dell’uomo del Settecento, affamato di meraviglia e le asciutte geometrie del fotografo, capace come pochi di immergersi e di allontanarsi con un movimento drammaturgico duplice e istantaneo. Ecco, questo forse è il segreto di Palazzo Cini che il suo vecchio proprietario aveva già intuito e fatto arte di vita.

Palazzo Cini
Dorsoduro 864, Venezia
palazzocini.it
dal venerdì alla domenica, ore 12.00 – 20.00 

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