“Stazione”, Veronica Bianchi

Il bar aveva le vetrine appannate, dall’auto si vedevano solo le sagome sfocate dei clienti, bandiere colorate che si muovevano, si avvicinavano l’una all’altra mosse da una brezza irregolare.
Marinella scese, accese una sigaretta e guardò l’orologio, il treno era in ritardo. Si strinse nel cappottino sintetico, nell’aria fredda il fumo si mescolava al vapore tiepido del suo respiro.
La campanella che annuncia l’arrivo del treno iniziò a trillare con insistenza, il suono ovattato dalla foschia, faceva sembrare la stazione più lontana.
Tirò su la cerniera fino al collo e si incamminò verso le luci dell’atrio, i tacchi degli stivali segnavano il tempo sul selciato indurito dal freddo.
Riconobbe subito Massimiliano, la sua andatura era inconfondibile, il carcere l’aveva invecchiato e l’aveva fatto ingrassare, ma era lui.
L’abbracciò senza parlare, indossava un giaccone consumato che puzzava di fumo e di minestra. Poi lui si staccò, indietreggiò di un passo e rimase a guardarla.
“Mi sembra un sogno, è una vita che aspetto questo momento, Mari… mi viene da piangere”.
“Bentornato, vieni, andiamo a casa”
Salirono in auto, Massimiliano sembrava imbarazzato, continuava a regolare il sedile come se non riuscisse a trovare la posizione giusta.
Marinella guidava con prudenza, senza parlare, lui sospirava come se volesse trattenere le emozioni, teneva le mani sulle ginocchia, una posa forzatamente composta e innaturale.
“Ho preparato la carbonara, l’acqua è già sul fuoco” si girò un attimo per guardarlo “in prigione non te la facevano…”
“Non me ne parlare, neanche da militare ho mangiato così male”.
Parcheggiarono la piccola Peugeot tra i due cipressi del giardino, le gocce di umidità cadevano dai rami e battevano sulla carrozzeria con rumore di spiccioli falsi. Massimiliano salì le scale aggrappandosi alla ringhiera, come se gli anni di immobilità e il sovrappeso l’avessero rallentato, Marinella aprì la porta lo fece entrare nell’appartamento che aveva pulito con cura e messo in ordine per il suo arrivo. “Cazzo, è bello, non lo ricordavo così… posso fare una doccia?”
“Si è tutto pronto, c’è un accappatoio nuovo sul cesto della biancheria”
Massimiliano si spogliò, guardò la sua immagine allo specchio, era entrato in carcere giovane e ne era uscito vecchio, il corpo si era riempito di grasso e di veleno e l’anima si era svuotata, aveva perso quasi tutta la sua energia. La cicatrice della coltellata disegnava una mezzaluna rossastra sull’addome.
Era la prima volta dopo tanti anni che poteva lavarsi da solo, in un bagno che sapeva di pulito, senza essere costretto ad ascoltare le frasi idiote, le parole scurrili che scandivano le docce in carcere. Sentiva le lacrime bagnargli il volto, cadergli sul petto come per prepararlo allo scroscio caldo che l’avrebbe purificato.
Si rivestì, Marinella gli aveva preparato la biancheria e una tuta sportiva, l’aveva presa XL sperando di non sbagliare la taglia.
Si diede un ultimo sguardo allo specchio, ora la sua immagine gli sembrava limpida, come se potesse di nuovo vedere i dettagli, dopo l’opacità della vita in prigione.
“Tutto bene? Butto la pasta?”
Questa frase, apparentemente banale, attraversò la porta e travolse la fragile diga emotiva che aveva costruito: era libero, poteva decidere della sua vita, poteva dire “si” oppure “no”, nell’altra stanza c’era la sua donna, stava cucinando per lui, l’aveva aspettato mentre era in carcere.
“Arrivo…” la voce era strozzata dall’emozione.
Uscì dal bagno, si fermò sulla soglia della cucina e guardò Marinella con espressione interrogativa.
“Così va meglio… prima sembravi un carcerato”
“Sì, ora sono un ex-carcerato”. Lo disse senza intonazione.
“Domani inizierai a cercarti un lavoro, devi pensare a te stesso come un neo-lavoratore e non come un ex-qualcosa!”
“Hai ragione, hai sempre avuto ragione… se ti avessi ascoltata allora, non sarebbe finita così”.
La carbonara non era mai stata così buona, Marinella parlava poco, come se avesse paura di dire qualcosa di sbagliato, qualcosa che potesse rompere il fragile equilibrio di quell’atmosfera.
Quella notte non fecero l’amore, Massimiliano le si stese vicino e la tenne stretta, come un figlio. Dormì poco e senza sognare, rimase in silenzio ad ascoltare il respiro regolare di Marinella, quel ritmo lo rasserenava come le onde sulla battigia.

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