Aspettava Paola seduto al bar.
Aveva sempre paura di sbagliare: se fosse arrivato con troppo anticipo lei avrebbe potuto pensare che non aveva altro da fare, che le moriva dietro. Ma se avesse tardato poteva sembrare che di lei non gli importasse molto, così aveva deciso di essere puntuale.
Ma l’insicurezza rimaneva.
Occupava la poltroncina di velluto con un’aria innaturale, aveva la schiena irrigidita dai pantaloni troppo stretti, gli unici adatti alla giacca che aveva deciso di indossare, voleva apparire elegante ma non troppo formale. Si guardò intorno e poi estrasse il portafoglio, controllò di nuovo il contenuto: settantacinque euro, potevano bastare solo pilotando attentamente la serata.
Lo scorcio di laguna che si vedeva in fondo alla calle era leggermente increspato dalla brezza, il selciato del campiello intiepidiva l’aria restituendo il calore del sole, a tratti sentiva salire dal petto il profumo di Guerlain… “spero di non averne messo troppo” pensò.
Un turista straniero in completo di lino bianco fumava la pipa, l’aroma del tabacco si mescolava al sentore di jodio portato dal vento.
La vide avvicinarsi, camminava rapidamente, eppure con eleganza.
Le sorrise e si alzò, spostò la sedia per farla accomodare.
Paola gli piaceva, era una bellezza discreta, fatta di armonie, come se l’avesse dipinta Hayez. Bionda, con la pelle diafana e le guance rosa, la bocca atteggiata ad un accenno di sorriso e gli occhi grigi.
“Sono in ritardo, scusami Alberto… ho parcheggiato a Mestre e poi ho dovuto prendere treno e vaporetto… sai com’è. È molto che aspetti?”
“Naaa, quando ti ho visto arrivare ho deciso che ne era valsa la pena”
Paola lo guardò intensamente, poi gli prese la mano, aveva le dita morbide e mani piccole, quasi infantili.
C’erano momenti in cui sembrava che entrambi temessero le conseguenze di quell’amore.
“Prendi qualcosa?” Chiese Alberto facendo cenno al cameriere che si avvicinò al loro tavolo sorridendo senza motivo.
“Un tè al latte…”
“E una birra, grazie”
“Sono stata a vedere la casa di zia Antonietta, è carina, c’è tutto. Lei non la usa più e le farebbe piacere se ci andassimo noi, meglio che tenerla chiusa…”
“Si, è tutto molto bello, ma io non ho ancora un lavoro regolare, non so se posso affrontare le spese”
“I soldi non sono un problema, le bollette vanno sul conto della zia, comunque, e per il resto posso pagare io finché la tua situazione non migliora…”
Arrivarono le consumazioni, il cameriere poggiò sul tavolo il vassoio e porse lo scontrino ad Alberto, Paola si concentrò sulla scelta del tè, mise il filtro nella teiera e accavallò le gambe. Diede un’occhiata all’orologio, l’infusione doveva durare 4 minuti e lei amava la precisione.
Alberto accarezzava il bicchiere della birra, la rugiada faceva scivolare piacevolmente le dita lungo le scanalature del boccale.
“Andiamo a dormire a Jesolo?” chiese lei con malizia
“Sai che non ti so resistere, è da quando ti ho vista che desidero solo di baciarti”
“Mi sei fedele? Ci vediamo poco, a volte cerco di immaginare cosa fai quando non ci sono”
“Ti sottovaluti… “
Il tè era pronto, Paola riempì la tazza fissando Alberto con un sorriso pieno di allusioni, continuò a guardarlo mentre sorseggiava con lentezza affettata.
“Ti va di andare a cena al Paradiso?” Alberto cercava un compromesso decoroso tra il desiderio di offrirle la cena e il contenuto del portafoglio, verificato qualche minuto prima.
“Si, ma andiamoci presto, prima che si riempia e diventi una bolgia”.
La birra aveva spento la sete lasciando nella bocca di Alberto un gradevole sapore amaro, si avviarono verso Cannareggio confondendosi tra turisti distratti e passanti frettolosi. Paola aveva spostato la borsa in modo da lasciare libero il fianco e prendere Alberto sottobraccio, le pieghe dell’abitino estivo frusciavano al ritmo dei loro passi, lei si stringeva al braccio di lui quando le sconnessioni delle lastre del selciato si facevano più evidenti.


Le finestre delle case si accendevano qua e là senza un ordine apparente e la calle sembrava delimitata da scacchiere verticali con le caselle chiare e scure disposte a caso per una partita senza regole, come del resto è la vita.
Alberto avrebbe voluto fermare il tempo, bloccare quegli istanti di perfezione vissuti da due amanti che sembravano galleggiare in quella sera tiepida di primavera. Avvertiva inconsciamente la magia di quel momento, erano giovani, pieni di futuro e di speranze, Venezia offriva loro uno scrigno prezioso di emozioni che il futuro avrebbe trasformato prima in ricordi e poi in nostalgia.
Paola si fermò, poggiò le mani sui fianchi di Alberto e si mise di fronte a lui “Non mi va di andare a cena, ho voglia di stare con te, andiamo a casa, poi ti faccio qualcosa io…”
Alberto l’abbracciò, le accarezzò la nuca e la baciò, poi la guardò negli occhi “Andiamo, ho l’auto in piazzale Roma”.
Paola si accoccolò sul sedile, tolse i sandali e sciolse i capelli, dai finestrini aperti entrava l’aria dell’imbrunire e il profumo dei tigli che costeggiavano la strada, il panno ruvido del sedile le accarezzava piacevolmente le cosce era un preludio alle carezze di Alberto.
“Perché non vuoi lavorare per mio padre? Gli sei simpatico… renderebbe tutto più facile”
“Lo sai Paola, non è che non voglio, anzi, ve ne sono grato… ma voglio farmi da me”
“Ma potremmo vivere insieme già adesso, ti pagherebbe bene…”
“Mi pagherebbe più di quanto merito… andrò a lavorare per lui, se non cambierà idea, ma lo farò quando avrò già una posizione, un po’ di esperienza… ora sarebbe come elemosinare”
“A volte non ti capisco”
“Basta che mi ami”
“Ti vedi ancora con Giovanna?”
“No, lo sai che esco solo con te”
Lei gli si fece più vicina, erano arrivati.
Il rumore sordo della porta che si chiudeva scandì il loro ingresso come un ciak cinematografico, Paola appoggiò la schiena alla parete dell’ingresso, prese il viso di Alberto tra le mani, lo baciò a lungo, in punta di piedi.
L’ultima luce del giorno filtrava dalle persiane come un liquido scuro evidenziando le sagome dei mobili e dei loro corpi, accentuandone le curve e cancellando i dettagli, come se prima dell’assenza sancita dal buio le cose volessero affermare la loro essenza più intima.
Alberto era seduto con le gambe incrociate, guardava Paola distesa al centro del letto, con le lenzuola che le coprivano i fianchi.
“A cosa stai pensando?” Chiese lei
“Al futuro amore mio, al nostro futuro”.

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