Per esaltare la “vicentinità”, parole dell’assessore alla Cultura, Vicenza si mostra con “Ritratto di donna, il sogno degli anni Venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi”, l’esposizione nella Basilica Palladiana a cura di Stefania Portinari, dal 6 dicembre ’19 all’11 aprile 2020.

E’ una mostra che parla di territorio, di Andrea Palladio, con un allestimento flessibile, apparentemente minimale, molto ben fatto, non invasivo, che rispecchia i parametri della Soprintendenza, composto da quattordici pareti autoportanti, alte 3,5 metri e larghe 60 cm, blocchi modulari in metallo nero, che scorrono su rotelle per gli spostamenti ed alla fine delle esposizioni si ricompongono in un parallelepipedo di 8 metri per 8 metri, alto 3,5 metri che permette di vedere in pieno l’architettura e la copertura a carena di nave rovesciata della volta.

L’amicizia femminile, il sogno, il doppio riflesso nello specchio, il rapporto tra il pittore e la modella, donne fiere al punto da divenire feline, la nostalgia di paradisi perduti, ma anche la crudezza della realtà, sono i temi centrali della mostra.

Una stanza tutta per sé

Le donne reclamano una stanza tutta per sé, come ha scritto Virginia Woolf, in questa mostra che attraversa molti momenti, pensata per le donne, in sette sezioni, su più livelli, come se fossero una sorta di sipario, con riscoperta dei gioielli anni Venti di Cartier, degli abiti estremamente raffinati e preziosi di Chanel, in una primavera dell’arte, un momento parigino, paesaggi della prima guerra mondiale, il sogno, il realismo magico per creare un rinascimento italiano.

Sono donne moderne, libere, che abitano il loro presente, ma anche donne mito come le “Amazzoni” di Ubaldo Oppi, presentata alla Biennale del 1924 e l’arte decorativa di Giò Ponti dell’Esposizione internazionale di Arti Decorative di Parigi del 1925.

Troviamo dipinti meravigliosi, abiti bellissimi, gioielli, sogni di esotismo, desideri di viaggi e amori che pervadono lo spazio espositivo, in un dialogo bellissimo con l’architettura della basilica palladiana. L’effetto è magico, rievocando quegli Anni Venti in cui, come scrisse la prima critica d’arte donna, la potente Margherita Sarfatti, amante del Duce, “la pittura appare tra tutte l’arte magica per eccellenza”.

Ritratti di donne protagoniste

Lo scrittore Massimo Bontempelli, quasi evocasse le ragazze di oggi, raccontava con affascinata meraviglia i primi piani delle donne distratte nei caffè. Siamo negli anni Venti e nell’Europa uscita da poco dalla Prima guerra mondiale, le donne cominciano a conquistare un proprio ruolo: sempre più autonome, seduttive e moderne. I capelli si accorciano come la lunghezza delle gonne, mentre la loro influenza nella società e nella cultura si fa sempre più intensa. Coco Chanel cambia la moda, Amelia Earhart attraversa in volo l’Atlantico, i balli di Josephine Baker incantano Parigi, Virginia Woolf scrive i suoi capolavori.

Sogni di avventure, amori e successi imperniano le esistenze degli artisti che attraversano quegli anni come un viaggio ricco di aspettative e desideri, in un tempo che sa essere anche complicato. Interpreti sensibili dei cambiamenti e dei sentimenti, i pittori danno vita a immaginari nuovi, da cui nascono ritratti di donne che si stagliano da protagoniste con potenti personalità, esaltate nella loro seducente energia.

Gli artisti che stanno promuovendo l’arte più nuova, all’insegna di una classicità moderna quali Felice Casorati, Mario Sironi, Antonio Donghi, Achille Funi, Piero Marussig, Mario Cavaglieri, Guido Cadorin Massimo Campigli e naturalmente Ubaldo Oppi, offrono ritratti magnetici di queste donne.

Lo sguardo di Ubaldo Oppi

Oppi, nato a Bologna nel 1889, cresciuto a Vicenza, dove è deceduto nel 1942, si è formato tra Vienna, Venezia e Parigi, ha un immediato successo in mostre importantissime, anche nella Milano e nella Roma dei primi anni Venti, dove viene “scoperto” da Margherita Sarfatti e Ugo Ojetti. I suoi dipinti ci rivelano lo sguardo attraverso cui scorrono in mostra una costellazione di ritratti dei maggiori artisti che sono stati suoi amici e avversari in esposizioni strabilianti, dal Salon d’Automne di Parigi al Premio Carnegie di Pittsburgh, dalla Biennale di Venezia alla mostra di Modern Italian Art di New York.

Una delle correnti di pittura più affascinanti degli anni Venti è quella del “Realismo Magico”, in cui la visione della realtà è immersa in un’atmosfera di meraviglia e di attesa, che in Italia è affiancata dalle ricerche degli artisti riuniti nella definizione di “Novecento Italiano”, che declinano la loro arte evocando anche memorie della classicità e del Rinascimento.

Tale esaltante alleanza tra modernità e classicità è preceduta da una riflessione profonda sui rinnovamenti della pittura che sono avvenuti a Vienna e a Parigi tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, in particolare da suggestioni della Secessione Viennese guidata da Gustav Klimt, dal simbolismo e dall’espressionismo, in cui le donne sono raffigurate come fanciulle, muse dormienti, ninfe leggiadre o seduttrici, come dentro un sogno di fiaba. Non a caso la mostra si apre con la leggendaria ‘Giuditta’ di Klimt.

Ispirazioni ardite e inebrianti follie

Quelle raffigurazioni pervadono le ricerche di molti protagonisti dell’arte italiana e trovano riscontro in particolare a Venezia, dove quelle influenze fioriscono nelle mostre di giovani artisti che si tengono a Ca’ Pesaro, dove espongono tra gli altri Vittorio Zecchin, Felice Casorati e Mario Cavaglieri, profondamenti influenzati dall’impatto di Klimt, che ha anche una sala personale alla Biennale di Venezia del 1910. Altri, come Arturo Martini, Gino Rossi o Guido Cadorin, seguono la strada indicata dal post-impressionismo o dal cubismo. Da quelle meravigliose scoperte prende avvio un mondo nuovo, un’arte che non si era mai vista, che emana ispirazioni ardite e inebrianti follie, un’idea spregiudicata che innerva la Belle Époque e scorre, rinnovata e intensa, nel primo dopoguerra.

Ubaldo Oppi è un protagonista assoluto di quegli anni, uno degli artisti più famosi tra l’Europa e gli Stati Uniti: a Parigi conosce Modigliani allo sbando, ha un flirt con la modella Fernande Olivier, che lascia Picasso per fuggire con lui, viene rapito dai colori intensi e dalle pennellate fauves di Kees van Dongen, dai segni sinuosi di Matisse.

Negli anni Venti crea affascinanti ritratti di donne, dalle Amiche all’amata moglie Delhy, che vengono acquistate in collezioni favolose. Dalla Biennale di Venezia al Salon d’Automne di Parigi, dal prestigioso Premio Carnegie a Pittsburgh alla Mostra della Secessione nel Glaspalast di Monaco di Baviera, è conteso da curatori e intellettuali.

Assieme a lui si muovono nel panorama più avvincente dell’arte protagonisti, tra gli altri, quali Felice Casorati, Mario Sironi, Antonio Donghi, Cagnaccio di San Pietro, Achille Funi, Piero Marussig, Mario Cavaglieri, Guido Cadorin, Massimo Campigli.

La mostra alla basilica

L’esposizione è curata da Stefania Portinari, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, affiancata da un comitato scientifico composto da Gabriella Belli (Fondazione Musei Civici di Venezia), Elena Pontiggia (Accademia di Belle Arti di Brera), Alessandro Del Puppo (Università degli Studi di Udine), Luca Massimo Barbero (Fondazione Giorgio Cini di Venezia), Nico Stringa (Università Ca’ Foscari Venezia), Valerio Terraroli (Università degli Studi di Verona), Elisabetta Barisoni (Fondazione Musei Civici di Venezia), Giuseppina Dal Canton (Università degli Studi di Padova), Sergio Marinelli (Università Ca’ Foscari Venezia), Sileno Salvagnini (Accademia delle Belle Arti di Venezia).

La mostra è visitabile tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 18 ed i biglietti singoli si possono acquistare nella stessa Basilica Palladiana.

Una risposta

  1. Per forza di cose dovrò essere breve.
    “L’amicizia femminile, il sogno, il doppio riflesso nello specchio, il rapporto tra il pittore e la modella, donne fiere al punto da divenire feline, la nostalgia di paradisi perduti, ma anche la crudezza della realtà, sono i temi centrali della mostra.”

    Nel 1925 viene fondata l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia con l’entusiastico appoggio dei cattolici, dei nazionalisti e dei liberali…Nel contempo, l’aborto veniva trattato come un crimine contro lo Stato (la donna che abortiva veniva imprigionata), venivano proibite educazione sessuale e controllo delle nascite ed imposta una tassa sui celibi..ma l’aborto si diffuse nei ceti alti praticato, sempre clandestinamente, alle signore e alle signorine…
    Ma la dittatura non trattò chiunque allo stesso modo e riuscì a differenziare interventi e propaganda a seconda dell’estrazione di classe e della provenienza geografico-culturale…Le famiglie contadine furono deliberatamente lasciate senza aiuti…Lasciando la campagna nel sottosviluppo e nella miseria più nera, invece, l’unica possibilità di aumentare i guadagni era incrementare la forza lavoro non pagata: i figli, appunto….Di sesso ovviamente non si poteva parlare, si rimaneva ignoranti come le bestie…(mentre) la borghesia scopre il flirt come pratica sessuale d’attesa prima del matrimonio… (da Michela ZUcca “Storia delle donne/ da Eva a domani”)
    Mi chiedo a che serva l’arte, se non a differenziare ancor di più le classi sociali permettendo alla borghesia di distinguersi: che è ciò che essa sempre pretende quasi appartenesse ad altro pianeta. E la “crudezza della realtà” di cui l’autrice scrive in questo post quale sarebbe?

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