In questi giorni se ne sono andati due grandi attori. Così, bevuti dal silenzio.
Erano due grandi vecchi, novant’anni Sean Connery, ottanta Gigi Proietti. Eventi naturali, vite lunghe e intense, per segni, significati, bellezza. Ma non è che la loro onorata età consoli più di tanto.
Forse perché, ognuno a modo suo, sono miti cresciuti nell’animo così, a pascolo libero, come nelle brughiere scozzesi o in certi tratti dei colli romani.
Edimburgo e Roma, due capitali. Terre guerriere e antichissime. I Romani ci sono quasi arrivati in Scozia e a Edimburgo. Quasi. Perché le genti lì erano impervie, come il suolo e il clima. Ruvidi e abituati a tutto. E il confine dell’Impero si è fermato un po’ più a sud, sul Vallo di Adriano.
Sean Connery era fieramente scozzese, Gigi Proietti era naturalmente romano.
Come tantissimi appassionati di immagini e parole, sono cresciuta con loro.
Pane e 007. Il primo agente segreto di sua maestà è Sean: cinque film tra il 1962 e il 1967, e ancora una volta nel 1983 per Mai dire mai. Inutile dirlo, irraggiungibile.
Pane e Televisione. Ne ho impresse un po’ di cavalcate di Gigi: Sabato sera dalle nove alle dieci (1974), A me gli occhi, please (1978), Attore amore mio (1982), Io a modo mio (1986).
E, neanche a dirlo, tutto questo è riduttivo. Perché loro sono due camaleonti, animali capaci di trasformarsi e correre liberi nelle brughiere di prima.

Era alto e atletico. Aveva un cipiglio pungente sul viso. Gli occhi grandi ben segnati, avvolti da sopracciglia arcuate in modo preciso, un po’ ribelle quello di sinistra. Una caratteristica che ha reso lo sguardo di Sean Connery un magnete.
Ci sono attori che hanno tutto nel corpo. Lui è così. Per questo ha saputo essere un camaleonte e un cavallo pazzo. Ha uno stile e un’eleganza che dovrebbero stridere con l’aria selvatica che gli arriva dalla mistura della sua terra di celti e vichinghi.
Con questa sua dolce possanza ha illuminato tantissimi schermi dai quali mi pendevano gli occhi e gli umori. Così lo ricordo in 007, ma poi in Marnie di Alfred Hitchcock (1964), Assassinio sull’Orient Express di Sidney Lumet (1974), Il vento e il leone di John Milius (1975, e qui se non t’innamori di lui hai qualcosa che non va), Robin e Marian di Richard Lester (1976, solo lui e Audrey Hepburn potevano incantare con Robin Hood e Lady Marian attempati, innamorati, un po’ sconfitti dalla vita), Cinque giorni un’estate di Fred Zinnemann (1982), Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud (1986, uno di quei casi in cui, lo dico senza pudore, non sai se sia più bello il film o il libro di Umberto Eco), The Untouchables – Gli intoccabili di Brian De Palma (1987, lo strazio dei colpi che gli trivellano il corpo è una delle sequenze più belle del cinema), La casa Russia di Fred Schepisi (1990, credo di averlo visto cinque sei volte almeno).
Mi fermo, solo perché dovrei scriverla tutta la filmografia di Sean Connery; e quelli nominati, per me, sono solo i tasti più sensibili. Quelli che, per una ragione o per un’altra, hanno afferrato il mio immaginario e i miei sensi, tenendoli lì, a bordo schermo per sempre.

Gigi Proietti era piccolo di statura. Me ne sono accorta un giorno di molti anni fa. Ero a Roma per passare nella capitale i giorni attorno al Capodanno. Ero lì con le mie tre amiche più vere, le amiche di sempre. E un pomeriggio siamo andate a vedere uno spettacolo, teatro sperimentale, uno di quelli in cui il pubblico entra un po’ alla volta perché gli attori si muovono e ogni volta mettono in scena uno spettacolo un po’ diverso. Ecco, noi entravamo e Gigi Proietti usciva dalla sala. Mi è passato proprio accanto, sfiorandomi corposamente per via della calca. Ho visto e sentito tre cose: il sorriso largo luminoso dentoso e bianco; gli abiti, bianchi anche loro: un pastrano lungo e un cappello a tesa media; sotto, la sua voce inconfondibile, che proprio mentre mi sfiorava diceva: bellissimo, m’è piaciuto proprio tanto, so bravi questi…
Gigi ha riempito le mie serate casalinghe di bambina e ragazzina, poi un po’ più grande. Ma non molto oltre. Perché, per me, la televisione come schermo magico finisce tanto tempo fa. Finisce con bellezze come quelle di Gigi mattatore dello schermo. Sono una nostalgica delle cose belle. E adesso cose belle in tivù non ce ne sono più. Sì, qualche canale dedicato, alla storia, al cinema, ma poco altro. E comunque senza la potenza immaginativa del tubo catodico.
Perciò, mi piace pensare a Gigi Proietti di allora e a quello che ha scorrazzato libero un po’ dappertutto. Nel cinema e nel teatro. Perché lui aveva corpo e parola.

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