Devo spiegarmi. Capisco che la misantropia mi ha preso la penna. Cioè, la tastiera. Non si scrive più con la penna. Anche se l’altro giorno la mia amica Susanna mi ha detto che l’ha fatto. Ha messo da parte il computer e ricominciato a scrivere con la penna. Non una lettera o un appunto. Un libro di centinaia di pagine. Coraggiosa. Dicevo, la misantropia mi ha fatto reagire all’ondata di messaggi ed esternazioni ed esibizionismi. È una questione di indole. Da correggere. Tra tutti questi messaggi, video, tutorial eccetera ci sono molte cose buone. Va detto. Anche buonissime. La mia era una provocazione, un moto istintivo. È che, di fronte a questa situazione, mi sembra che non possiamo accontentarci delle cose seconde. Risposte secondarie, come le strade alternative a quella principale che lo è perché va dritta alla meta. Voglio dire: siamo messi davanti alla morte. Tutto può finire. Avvertiamo più vicino del solito il pericolo. Il senso della caducità. E quindi, certo, vanno bene i libri, i musei e le canzoni sul balcone. Scaldano il cuore, per un po’. Ma bastano? O si rischia di non arrivare alla meta?

8 risposte

  1. Caro Maurizio,
    le cose più appassionate si scrivono – le scrivo – con la penna. Non richiamo le solite giustificazioni che vogliono la penna più in sintonia col pensiero, come in un passo di danza. Per me è piuttosto qualcosa di fisico: quando da bambini con uno stecco, un rametto, si sfruculiava in un buco nel muro, paurosi che potesse uscirà una formica o, addirittura, una serpe. Paurosi e invincibilmente attratti. Timore, curiosità, sfida. Mah. Con la penna t’illudi di puntare all’essenziale, Cyrano che dà il colpo di fioretto definitivo. Ci si illude, si cerca di distillare l’essenziale in quella linea di scrittura che tremola verso un’immagine, un ricordo, un pensiero che non vuole farsi parola.
    A riguardare quelle righe storte dopo tanto tempo ti sorprendi: come un archeologo che segua la traccia di uomini vissuti chissà quanto tempo fa. A volte la decifri. A volte ti chiedi: ma che volevo dire? E ti prende un sentimento di nostalgia, con un po’ di compassione per quei pensieri svitati.

  2. Non mi piace il titolo del blog : misantropie. E’ una sfiducia , un fastidio per il genere umano proprio ora che moltissimi , soprattutto personale sanitario, dimostrano coraggio e dedizione al bene degli altri ?

    1. Grazie della critica, Pia. Molto pertinente. In questo momento in cui c’è bisogno di dedizione, abnegazione, altruismo… Verissimo.
      Misantropie è appena il titolo di un blog molto periferico rispetto a tutto quello che ci assale ogni momento nei tg e ovunque. E forse, più che una sfiducia, un disprezzo per il genere umano, descrive un mio limite. È un fatto di indole. Un sentimento un po’ anti. Anti melassa, sostanzialmente. Anti buonismo pedagogico. Un tentativo di sfrondare il superfluo, riconoscendo il proprio limite. Per provare a far spazio all’essenziale. A ciò che conta, almeno per me. Prendo in prestito la penna di Domenico Quirico che, oggi sulla Stampa, riflette sui balconi e gli slogan tipo #andratuttobene: «Provo fastidio, sì, il fastidio che nasce da ciò che è inopportuno, da un annaspare impudico… Questi riti di riscossa collettiva che la tragedia ha innescato erano, forse, accettabili nei primi giorni, quando ci sfuggivano i contorni numerici del disastro, intendo non economico ma umano… Quando vedo e ascolto tutto questo il dolore come un cane feroce salta fuori e mi azzanna». Non posso trascriverlo tutto, ma me lo ritaglio.
      Ancora grazie.

  3. Che meraviglia, Mauro. Bellissimo commento. Issimo. Davvero. Immagini profonde. Lei dovrebbe scrivere. Ma sono sicuro che lo faccia. Se no, convincersi a farlo. A farlo di più. Non so se questo commento l’abbia vergato a penna o digitato al computer. Se il risultato è questo, non mi formalizzerei.
    Grazie!

  4. Forse democristianamente provo una certa simpatia per le cose seconde e per il tanto di utile o interessante che se ne può trarre. Però il momento è cruciale, dici tu, siamo messi di fronte alla morte. E dunque le cose ultime (o prime). Giusto. Ce n’è di tante specie. Sfrondiamo pure i millenarismi, i complottismi alla Blondet, il kitch para-megiugoriano. Pure Quirico che tu ami a me pare un narcisista, per quanto di segno diverso. In questi giorni mi è venuto in mente l’episodio di un santo (sant’Ignazio di Loyola?… non ricordo) al quale fu chiesto cosa avrebbe fatto se gli avessero detto che di lì a pochi minuti si sarebbe presentato davanti al Signore. E lui rispose – vado a senso – che avrebbe continuato a fare quello che stava facendo, fosse stato l’ufficio divino piuttosto che lavare i piatti. Le cose ultime dentro le cose seconde e terze, per me il massimo. Anche senza, come giustamente scrivevi tu ieri, infliggere al prossimo le proprie massime pontificando dai giornaloni. Per questo amo Francesco, che peraltro sarebbe l’unico ad avere il diritto di pontificare.

  5. Hai ragione, Eugenio. Io forse sono un po’ fondamentalista. Un po’ serioso. E in un momento così divento anche insofferente. Insofferente a quelli che pontificano sulle cose seconde. Tutti che hanno «imparato» qualcosa. Fatto inevitabile, vorrei dire, tanto la situazione è inedita: se non ora quando? Bene. Quello che mi irrita è che poi l’imparato bisogna insegnarlo, salendo in cattedra. Non si sta nel racconto personale, nella sua fattualità. No, si stilano decaloghi, si dispensano ricette, si distribuiscono folgorazioni. Figurati se a me non piacciono i libri o non amo certi film… Le cose seconde danno piacere, confortano anche loro, come no. È scambiarle per prime, il guaio. Con il sussiego dei «migliori», altro guaio.
    Un giorno, durante la ricreazione, un compagno di Luigi Gonzaga gli chiese che cosa avrebbe fatto se avesse saputo che di lì a poco avrebbe dovuto morire. E lui: «Continuerei a giocare». Risposta meravigliosa e invidiabile. Almeno da me. Io dubito che sarei così imperturbabile. Forse sì, più probabilmente cercherei un prete. O magari mi metterei a pregare. Non so… Sì, il pontefice è l’unico che può pontificare. È la sua mission e lo ascolto, devoto. Un po’ meno quando concede interviste come un esperto che s’interpella con una telefonata.

  6. Ecco chi era, san Luigi Gonzaga, grazie. D’accordo su tutto. Sul papa sei molto severo, devi considerare quello che fa nella sua interezza, le interviste non solo quella, e all’interno di quella intervista non solo le frasi che non ti sono piaciute, ad esempio anche la prima e l’ultima. E anche stando su quelle, esiste un terreno dell’umano che ci appartiene. Anche mostrando un livello di umanità semplice il papa evangelizza, come da cattolico evangelizzi tu quando scrivi articoli che aiutano una considerazione realistica di quello che sta capitando, cercando di coglierne il senso. Anche Ratzinger nel 2011 quando ha parlato alla Bundesrat non ha parlato di Gesù Cristo ma del diritto naturale. Non a caso, quando gliel’ho fatto notare, il nostro comune amico Antonio Socci mi ha bannato da Facebook.

    1. Caro Eugenio, la riflessione su papa Francesco sarebbe lunga e forse non è questa la sede. Non sono severo con Bergoglio, chi sono io? Ho solo espresso un mio sentire. Ho letto anche l’intervista che ha concesso un paio di giorni dopo a un altro quotidiano. Più approfondita, più drammatica. E chissà se è stata fatta così a stretto giro per… aggiustare il tiro?
      Voglio dire: di pontificatori sull’umano abbondiamo. E son già troppi questi, come abbiamo convenuto. Il momento che viviamo è inedito e drammatico. Motivo in più per aspettarci dal Papa l’annuncio di cose “prime”. Posso sbagliarmi, ma tendo a pensare che, al fondo, se lo aspettino tutti. Anche i cosiddetti non credenti.

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