In questi ultimi quattro anni, la mia vita, professionalmente, è molto cambiata e lavorare da casa, oggi, mi sembra un lusso. Quante settimane trascorse fra viaggi in macchina e in aereo, con la valigia sempre pronta e stagioni che volano via, come le immagini a fotogramma osservate dai finestrini di un treno ad alta velocità. Dormire in alberghi sempre diversi, su cuscini abbracciati da sconosciuti; andare agli incontri con lo zaino in spalla e il trolley accanto, come fosse un cagnolino al guinzaglio; tornare a casa, svuotare la valigia, riempire la lavatrice e prepararsi per un nuovo viaggio, sono diventate le mie consuetudini. Tutto questo comporta fatiche mentali e fisiche a cui non ero abituata; una sfida lanciata da mio marito per rimettermi in gioco e dimostrare, a me stessa, che tutto si affronta e nulla si lascia al caso.
E’ una gioia lavorare da casa e, nelle pause caffè, osservare dalla finestra del soggiorno la vita abitudinaria degli inquilini del condominio di fronte. Stendere la biancheria in terrazzo, bagnare i fiori la mattina, lasciarsi accarezzare dalla luce del tramonto, la sera, mentre, coinvolti via Skype in una call, intorno a noi tutto si placa e si addolcisce. Che meraviglia sentire il tempo scandito dal ticchettio dell’orologio a pendolo e non dai cartelloni luminosi delle stazioni; godere della cucina che odora di buono e del calore di casa. Sarebbe tutto perfetto se con noi ci fossero i nostri figli.
Invece no, tutti e tre sono lontani, chi per lavoro, chi per studio; la quiete della nostra casa è scossa dalla loro assenza. Ci colleghiamo con il mondo intero, portiamo avanti il nostro lavoro, siamo al caldo, abbiamo da mangiare, siamo lavati e ben vestiti; non ci manca nulla per restare comodamente e obbligatoriamente a casa; non ci manca nulla di superfluo ma, davanti a questa pandemia universale, siamo tutti impotenti. Quando tutto sarà finito voglio ridere e piangere di gioia, voglio abbracciare i miei cari e riempire di baci i miei figli. Voglio gonfiare le ruote della bicicletta e correre fra i vicoli della nostra cittadina, fermarmi a prendere il pane fresco ogni mattina; voglio respirare senza avere paura ma, soprattutto, vorrei che questa lezione di vita ci rendesse più attenti nell’osservare ciò che accade intorno a noi.
Nel mondo ci sono ancora molte guerre e le immagini, a ora di cena, di cadaveri che giacciono sui campi di battaglia e di corpi lacerati che galleggiano in pozzanghere di sangue ci indispettiscono; troppo cruente per essere servite con l’arrosto e il purè.
In questa guerra invisibile ci sono famiglie che si disperano per non aver dato un ultimo saluto ad una persona cara e non sanno se ha sofferto, se era cosciente, se li ha chiamati mentre moriva. Non sanno dove sia il suo corpo né se potranno dargli dignitosa sepoltura. Ci sono anziani chiusi dentro case di riposo che muoiono silenziosamente e frati che se ne vanno pregando con rassegnazione.
Padri e figli muoiono a distanza di pochi giorni, medici e infermieri, così come commessi e autisti, che continuano a lavorare, garantendo i servizi essenziali e indispensabili per l’intera comunità.
Davanti a tutto questo, mi chiedo perché sia stato necessario istituire una sanzione economica e penale per obbligarci a rispettare le regole che sono state varate per la nostra sicurezza. Neppure dentro la propria, di guerra, si riesce ad avere rispetto per la vita? Al di là della morte, del dolore e della paura, ciò che veramente ci dovrebbe spaventare, alla fine di questa guerra, è l’incapacità di alcuni individui di cambiare. Auguriamoci che, per la maggior parte degli esseri umani, non sia così.

Serenella Antoniazzi vive in Veneto, è consulente d’impresa e si occupa di progetti legati ai Fondi europei. È autrice di Io non voglio fallire, Un’imprenditrice in lotta per salvare la propria azienda (Nuovadimensione, 2015). Il suo racconto La crisi è contenuto nell’antologia Io sono il Nordest (Apogeo Editore, 2016) curata da Francesca Visentin. È autrice della pièce teatrale Rosso-Io non voglio fallire. Cura la rubrica “Pensieri di donna” per la rivista di geopolitica Atlantis Magazine. Con Apogeo ha recentemente pubblicato il romanzo Fantasmi.

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