Sguardi. Mario Soldati, quella testa di…

Il tema dei giudizi reciproci fra scrittori, registi e artisti in genere è sempre in qualche modo attuale pur avendo rappresentato, come è facile intuire, un terreno scivoloso nell’ambito delle reciproche relazioni.

Qualche decennio fa poteva accadere di ascoltare, tanto per fare un esempio, François Truffaut che raccontava di annoiarsi a guardare il cinema di Michelangelo Antonioni, regista troppo solenne e privo di humor.
D’altra parte era possibile, invece, che un giorno Antonioni incontrasse Giorgio Bassani e gli riportasse pari pari l’opinione che si era fatto riguardo ad un altro regista italiano, Mario Soldati.
Addirittura Bassani, non si poteva escluderlo a priori, avrebbe potuto incontrare, il giorno dopo, proprio lo stesso Soldati e riferirgli dell’opinione del collega.
Ma anziché scatenare piccate reazioni da parte dell’interessato si poteva aprire invece una stimolante discussione sul cinema di Antonioni e sul ruolo controverso dei dialoghi nei suoi film.

Poiché è esattamente così che andarono le cose, proprio come vengono riportate da Soldati, allora vale la pena concentrarsi brevemente sulla questione dei tanto discussi dialoghi nelle opere del cineasta ferrarese.
Soldati non sopportava il fatto che Antonioni, regista elegante e raffinato nella cura di ogni aspetto, rendesse i dialoghi inerti e privi di significato senza dargli apparentemente alcun peso, quasi squalificandone il ruolo e l’importanza.
Bassani, grande amico del regista piemontese, sosteneva invece che nella normalità del dialogo si nascondesse una precisa volontà di mettere in risalto tutti gli altri elementi: quelli che, da fine esteta, Antonioni riusciva a connettere, con la sua impronta stilistica, nell’ottenimento del risultato finale.

Diversa è la spiegazione che ne dà invece Sergio Raffaelli, storico del cinema e della lingua italiana, il quale aveva sempre sostenuto che il cinema italiano fino agli anni settanta avesse adottato una struttura dei dialoghi molto libresca, quasi scolastica.
Solo più tardi si sarebbe, in un certo senso, finalmente liberato avvicinandosi ad una lingua più aderente a quella effettiva, a quella parlata.  
Antonioni, pertanto, non avrebbe fatto altro che riportare un modo di esprimersi che era tipico del suo periodo, in una fase in cui gli italiani avevano ancora una scarsa conoscenza della propria lingua.
Certamente il dibattito sul linguaggio nel cinema italiano non poteva riguardare solamente Antonioni. 
Una certa tendenza generale veniva spiegata col fatto che molti sceneggiatori nel dopoguerra provenivano da esperienze radiofoniche dove la lingua utilizzata era “inventata e resa brillante da bravi manipolatori”.

Un esempio per tutti di sceneggiatore molto attivo in radio è quello di Fellini: proprio in questa veste iniziò a collaborare con Rossellini per Paisà prima di intraprendere la carriera che lo porterà alla regia.
Ma di tutto ciò, del linguaggio del cinema e, in particolare, del ruolo e della natura dei dialoghi nei suoi film, cosa ne pensava lo stesso Antonioni?
Non è facile trovare dei riferimenti diretti, considerando anche l’approccio per nulla banale che manteneva nelle interviste e la tendenza a descrivere, più in generale, l’importanza e le motivazioni riguardanti il processo di realizzazione di un film. 

Ossessione, 1943

Tuttavia, riguardo ai dialoghi e all’importanza che rivestono nella costruzione della storia, esattamente alla pari di tutti gli altri elementi, Antonioni regista disse qualcosa di esplicito nel 1979, in Parla il cinema italiano di Aldo Tassone, a proposito di Ossessione, celebre film di Luchino Visconti, una delle opere più note del Neorealismo italiano.


Ossessione visivamente è un film stupendo, mentre i dialoghi oggi sono un po’ invecchiati, non perché siano sbagliati, ma perché non aderiscono più alle immagini. Ecco: siamo noi che oggi guardiamo a quelle immagini con occhio diverso”.

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