Renzo Renzi non è un nome che tutti conoscono, purtroppo. Eppure è una figura cardine del cinema italiano, che ha dedicato tempo ed energie anche a raccontare il Po ed i suoi anfratti. In quest’ultima puntata dei suoi “Sguardi”, Vainer Tugnolo ce lo racconta e ci fa capire quanto ci perdiamo a non conoscere la figura e l’opera di questo importante personaggio. Un pezzo prezioso, come solo Vainer sa fare. Un pezzo da custodire.

Renzo Renzi è stato una figura di scrittore, critico, regista e divulgatore che, per talento e generosità, è molto difficile incontrare.

Certamente la passione per il cinema è rimasta una cifra decisiva per la sua carriera, alternando pratica filmica e attività di critica.

Nel 1950, insieme ad Enzo Biagi, Luigi Pizzi e Renato Zambonelli, crea la Columbus Film, casa di produzione con la quale furono realizzati alcuni fra i suoi più riusciti cortometraggi, dalle Fidanzate di carta a Quando il Po è dolce, da Sette metri di asfalto a Guida per camminare all’ombra.

Instancabile collaboratore di molti periodici e riviste, Renzi fonda Cinema Nuovo nel 1952 insieme a Guido Aristarco. 

Nel 1956 dà vita, presso l’editore Cappelli di Bologna, alla celebre collana Dal soggetto al film che raccoglie tutti i documenti preparatori dell’opera cinematografica e che riscuote un grandissimo successo, tanto da essere tradotta in tutto il mondo.
Nel 1967 è tra i fondatori della Cineteca di Bologna che oggi gli ha intitolato la fornitissima  biblioteca e che raccoglie i suo fondi bibliografici e fotografici, oltre a gran parte delle corrispondenze, delle bozze e degli altri lavori riguardanti soprattutto il cinema e la storia locale.

Ricorda Renzi a proposito del suo pluriennale impegno di critico e divulgatore:

Come appassionato di cinema e autore di documentari, ho sempre cercato soggetti nella realtà che mi circondava. Da lì è cominciata una frequentazione di temi locali che non ho mai abbandonato”.

A causa di un soggetto da lui pubblicato nel quarto numero di Cinema nuovo, intitolato L’armata s’agapò e dedicato alle vicende dell’occupazione militare della Grecia da parte delle truppe italiane, viene accusato di “vilipendio delle Forze Armate” insieme ad Aristarco e costretto a trascorrere alcune settimane nel carcere militare di Peschiera.

Sintomo dei tempi, e della difficile stagione del dopoguerra che il nostro Paese stava ancora attraversando, è la singolare lotta che Renzi ha dovuto condurre contro un astuto e difficile nemico: la censura.

Era accaduto spesso, specialmente con riferimento ad opere riguardanti il nostro territorio: un radiodramma di Marisa Mantovani ispirato a un fatto di cronaca accaduto nel Delta era stato bloccato, così come un documentario di Fabio Pittorru su Comacchio; Delta Padano di Florestano Vancini aveva ricevuto l’approvazione ma non entrava nelle normali sale di spettacolo.

Sulle vicissitudini che hanno riguardato Quando il Po è dolce Renzi si sofferma all’interno de Il Po del ‘900, il catalogo della omonima mostra-evento su arte, cinema e letteratura tenutasi presso il Castello Estense di Mesola nel 1995, a cura di Laura Gavioli.
Ricorda Renzi:

Il documentario era stato bocciato dalla commissione di selezione per la Mostra di Venezia perché denigrava l’Italia. Avevamo descritto un ambiente formidabile e terribile, le condizioni igieniche, la mancanza di suole, le malattie, la situazione dei bambini, i lavori illegali (come la pesca di frodo) il mangiare, il dormire, il modo di sposarsi, il modo di morire e il culto dei morti secondo il ritmo di un’inchiesta che si concludeva con le proposte dell’Ente”.

Ma le ‘sfortune’ non erano finite.

Quando il Po è dolce, a cui aveva collaborato direttamente anche Enzo Biagi e che conteneva interviste realizzate da un giovane Sergio Zavoli, viene messo in programma al Festival di Locarno, ma la sera fissata non si trova più la bobina che lo conteneva, probabilmente trafugata.

Anche un breve documentario sui fioccinini, i pescatori di frodo nelle valli di Comacchio girato per la RAI, non venne mai trasmesso forse perché, ricorda Renzi, “uno di essi si dimostrò disposto a confessare i suoi delitti, i furti di anguille, per i quali aveva già subito una ventina di condanne”. Ufficialmente, riporta uno sconsolato Renzi, “mi dissero che nel servizio c’erano pochi gabbiani”.

Alla censura di quegli anni, documentata e certificata dagli enti nazionali che miravano a nascondere una realtà problematica, si aggiunge quella dei nostri giorni. Non meno profonda ed efficace di quella di un tempo, oggi presenta però le caratteristiche di una vera e propria autocensura, un malcelato senso di vergogna, una percezione di fastidio che si palesa con evidenza ogni qualvolta si torna a parlare di certi argomenti. Come se, per dimostrare di avere sconfitto un imbarazzante e potentissimo nemico, fosse necessario cancellare le tracce del passato, anzi seppellire sotto una spessa coltre di terra le impronte di una sgradevole epoca lontana.

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