La scrittura tersa e bella di Vainer Tugnolo accompagna da tempo i lettori di Rem. Non c’è aspetto della cultura letteraria, cinematografica, artistica che ha raccontato il nostro Delta che Vainer non conosca: lui è un serbatoio immenso di storie, di date, di occasioni, di personaggi. Per 5 puntate (che noi caldamente speriamo diventino di più) Vainer ci racconterà di figure mitiche della cultura italiana che hanno avuto strettamente a che fare con il nostro territorio. Cominciamo con Roberto Rossellini. Che cosa abbia a che fare con il Delta uno dei padri del cinema italiano del Novecento leggetelo qua sotto. Le notizie che sforna Vainer, e il suo stile di scrittura, non ve lo dovete perdere.

Rimane un mistero per quale motivo le origini polesane di Roberto Rossellini continuino ad essere completamente ignorate. Altri Paesi, per molto meno, hanno dato lustro ai natali o alle imprese di compaesani illustri, mentre il fatto che la mamma di uno dei più grandi protagonisti del cinema italiano ed internazionale sia nata nel Delta continua a passare sotto silenzio.

Roberto Rossellini non è stato solamente un regista, ma uno dei protagonisti assoluti della cultura del nostro Paese il cui contributo alla storia del cinema e alla costruzione di un nuovo linguaggio dell’esperienza umana gli è stato riconosciuto ben al di fuori dei confini nazionali.

È stata una presenza e una figura decisiva durante tutta la stagione del neorealismo italiano, ma va ricordata anche la fondamentale influenza avuta sulla Nouvelle Vague francese, riconosciutagli da Bazin e dai Cahiers du cinéma.

Per non parlare della sua produzione per la televisione italiana, a partire dagli anni sessanta, con la realizzazione di alcuni documentari e film per il piccolo schermo che hanno tentato di utilizzare il mezzo televisivo come una nuova modalità di trasmissione della cultura e del sapere.

Ma queste sono cose più o meno note, e non è difficile trovare copiose testimonianze lasciate da colleghi registi, da attori, da critici e protagonisti del cinema mondiale che hanno percepito nelle opere di Rossellini la capacità di cambiarne ripetutamente il volto.

Ciò che per noi è meno noto, tuttavia, e che ci riguarda naturalmente più da vicino, è rileggere alcune delle cose che Rossellini ha affermato sul territorio del Delta, sulle sue peculiarità, e sull’importanza che ha rivestito sulla sua formazione, innanzitutto, e sulla realizzazione di almeno uno dei suoi grandi capolavori, “Paisà”, uscito nel 1946.

Fa una certa impressione, bisogna dire, rileggere direttamente le parole usate da questo gigante del cinema mondiale.

In un ritratto di sé stesso, raccontato ad Aurelio Andreoli per Paese Sera, tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977, Rossellini affermava:

Dite che è bello l’episodio di Paisà, quello delle bocche del Po: canneti, strade fangose, pascoli, acque morte? Conosco bene quei luoghi. Vi ho trascorso gli anni dell’infanzia: per le vacanze vi tornavo sempre. Poi cominciai a cacciare e pescare. Mia madre era di quelle terre. Parlava spesso di quel rifugio di mondo: il volo degli uccelli sul delta, l’atrio della casa con il fanale, le ultime braci che si sfaldavano nella cenere”.

Durante un colloquio sul neorealismo, a cura di Mario Verdone, apparso sulla rivista Bianco e Nero nel febbraio del 1952, Rossellini ebbe modo di precisare:

Dell’ultima parte di Paisà avevo in testa quei cadaveri che passavano sull’acqua, lentamente naviganti sul Po, col cartello che recava la scritta ‘Partigiano’. Il fiume ha portato per mesi quei cadaveri. Era facile incontrarne diversi, nello stesso giorno”.

E di nuovo, sempre durante la stessa intervista, poco dopo:

Ci si è meravigliati che avessi capito così bene quella regione d’Italia. Ma io avevo passato in quei luoghi molti anni della mia infanzia. Mia madre era di quei posti. Andavo laggiù a cacciare e a pescare.”

Conosceva così bene i paesaggi del Delta che vi era un progetto per girare un altro film su cui aveva iniziato a lavorare insieme a Zavattini e per il quale aveva già fatto i sopralluoghi.

Insomma, le ragioni per cui l’episodio padano di Paisà è considerato forse il più riuscito delle sei storie che compongono questo capolavoro del neorealismo italiano hanno a che fare anche con una conoscenza “familiare” dei luoghi.

E con un ricordo che, impresso con nitidezza nella mente del regista, rischia però di rimanere, mestamente, a senso unico.

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