Durante la mia indolente adolescenza estiva, sui medicai e lungo gli argini del Po, ho cavalcato a lungo attraverso il deserto roccioso, mi sono fermato spesso al saloon per un whisky, ho discusso e litigato con messicani, irlandesi e scozzesi.
Fra golene e zanzare, sotto la canicola agostana, ho sparato e fatto a pugni, ho amato e ho imprecato, sono scappato, ho inseguito, ho ucciso.
Beh, ero Tex Willer, un ranger, e con me trionfava la giustizia, sempre.

Ero Tex anche quando leggevo Zagor, il Comandante Mark, Mister No o Paperinik. Anzi leggevo le loro storie per accumularne altre e poterle scambiare con quelle di Aquila della Notte, il capo dei Navajos.
Quanto poteva valere un albo di Tex? Tre Zagor? Due Comandante Mark? Dieci Mister No? Per me la somma di tutti questi, e magari qualcosa in più. Per me naturalmente, ma per Paolo-il-ragazzo-triste no.

Ai miei occhi Paolo, di qualche anno più vecchio, aveva due connotati fondamentali: uno caratteriale, psicologico, per quanto ne potevo capire allora, e l’altro fisico.
Era, innanzitutto, il ragazzo più leale che conoscevo: solo a lui potevo serenamente consegnare, in anticipo, cinque Mister No con promessa di ricevere i dieci Tex pattuiti entro la mattina dopo. 
Al mio risveglio, cascasse il mondo, trovavo la busta con i Tex esattamente dove avevamo concordato.

Da sempre l’avevo visto  portare un paio di occhiali con lenti spesse, cosa più che sufficiente, immagino, per essere preso in giro dai compagni di scuola. 
Soprattutto, non riusciva mai a cancellare dal viso quell’espressione di distesa sofferenza che rivelava con precisione i contorni di un endemico disagio, di una definita vocazione alla sconfitta.

Tex Willer, Mister NO e altri fumetti di Sergio Bonelli Editore

Un giorno fui più audace del solito.
Era un lunedì mattina, ne sono certo, perché associo il ricordo di quel momento al profumo di bucato della biancheria appena stesa da mia madre.
Paolo venne direttamente a consegnarmi il solito carico di Tex in cambio dei suoi amati Mister No.
Cercando di pulire un po’ la coscienza (ritenevo fuori mercato i rapporti di scambio da lui accettati senza colpo ferire), ma anche con sincera curiosità, gli chiesi a bruciapelo:

“Senti, ma perché Tex non ti piace?”.

Conservo perfettamente impresso nella memoria, come un fotogramma indelebile, il momento in cui mi rispose: la sua faccia più alta copriva in parte il sole bianco, completamente bianco, di una perfetta giornata estiva.
Era il sole bianco sul mare di cui avvertivamo il profumo, ma anche quello delle lagune e delle valli da pesca, e insomma anche del Po e dei suoi rami.
Era infine il sole bianco di Scano Boa descritto da Renato Dall’Ara nel 1954, un sole bianco e umido, di reti distese, e barche, e fango…
E lì sotto c’era adesso Paolo-il-ragazzo-triste con le lenti spesse che stava per darmi la sua risposta.
Quattro parole quattro che uccisero la mia adolescenza con una fucilata.

“Perché Tex vince sempre”.

Ecco. Bang! Bang!
Stavolta ero io ad essere centrato, e sul serio.
Da quel giorno persi la fiducia nella giustizia imperitura, verso gli indiani perseguitati, le locomotive a vapore e gli sceriffi con la stella.
Dietro lo zing della pallottola scagliata da Tex non c’era più la sagoma di un fuorilegge che cadeva, ma solamente il corpo di un uomo colpito a morte che stramazzava a terra. Portandosi nella polvere un pezzo della mia innocenza.

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