Jack La Motta, “il toro del Bronx”, aveva doti tecniche eccellenti e una straordinaria capacità di incassare i colpi dell’avversario e resistergli. Aveva cuore, come si dice in gergo, e per mandarlo al tappeto dovevi sparargli. Mi sembra che, fatte le debite proporzioni, siamo diventati come lui. La campagna elettorale ci mette di fronte a fatti, episodi, personaggi che sferrano colpi terrificanti, ma noi teniamo duro, resistiamo come se nulle fosse, aspettiamo che suoni il gong e ci sediamo all’angolo. Essere indagati è l’ascensore per venire candidati, i pregiudicati guidano partiti e coalizioni, giornalisti o sedicenti tali entrano nelle liste elettorali dopo un praticantato di prostituzione semiufficiale e poco conta se in pochi anni sono passati da un capo all’altro dell’arco costituzionale. Futuri premier si macchiano di insider trading per favorire i “mecenati” che finanziano partito e campagna elettorale. I candidati impresentabili promettono l’insostenibile, i magistrati vanno in aspettativa e scendono (non si può certo dire “salgono”) in politica. E noi a fare il tifo, quello becero, quello da ring di terz’ordine, senza più la capacità di indignarci e reagire. Qualcuno di rispettabile ci sarebbe, ma è soffocato nel tritacarne che ama i toni da Grand Guignol. C’è da stupirsi che riemerga il peggio del paese? Direi proprio di no quando a guidarlo non è certo la parte migliore.

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