La maestra ci stava parlando, ormai da mezz’ora, dell’Africa, delle colonie, dei villaggi ai margini del deserto, delle tribù di uomini dalla pelle nera, degli animali selvatici e delle mangrovie…stavo ancora ascoltando il sibilo delle lance e lo spaventoso barrito dell’elefante quando fui distratto dal rumore improvviso di una deflagrazione: erano i garibaldini appena sbarcati a Marsala, l’incontro con i borbonici non era stato propriamente una passeggiata…

E la maestra ne stava raccontando i particolari ai miei due compagni di quinta che dovevano misurarsi con la spedizione dei Mille, una storia di cui avevo sentito parlare da mio padre e che trovavo molto avvincente. Ma non era ancora arrivato il mio momento. Ancora un anno e poi avrei potuto capire se la maestra conosceva bene come me tutti i trucchi utilizzati dagli uomini dell’eroe dei due mondi. Come quello di appendere le camicie rosse sui rami degli alberi, nel bosco, ed aspettare, circondando la zona esterna, che il plotone nemico vi entrasse.

Almeno così mi aveva raccontato mio padre…Anche della famosa frase, chissà se la maestra la conosceva, pronunciata da Francesco Ferrucci e rivolta a Fabrizio Maramaldo: “tu uccidi un uomo morto”. Al limite avrei potuto parlargliene io, quando sarebbe stato il momento…

Erano le regole della pluriclasse: la maestra mi esponeva un argomento del mio anno, mi dava il compito da assolvere e passava a spiegare ai miei compagni di prima, o di seconda, o di quarta.
Eravamo in sette in totale, ma coprivamo quattro delle cinque classi previste dal ciclo della scuola elementare.

Provavo sempre una strana gioia, e sempre nuova, nel distrarmi dal compito affidatomi e nel rubare i racconti che la maestra aveva nel frattempo iniziato a riportare agli altri.
C’era qualcosa di particolarmente attraente, direi quasi di avventuroso, nel seguirla continuamente lungo i pericolosi spostamenti dalle provincie della Lucania a quelle della Riviera ligure di Ponente, dalle praterie della savana ai paesaggi nordici della tundra, divagando fra le specie animali del pianeta Terra e le guerre del Risorgimento. Senza dimenticare le regole grammaticali sul plurale degli articoli indeterminativi, l’elenco delle ossa dello scheletro umano e la recita a memoria di “Addio a Venezia” di Arnaldo Fusinato.

E non c’era niente da fare, lo sguardo era continuamente attratto dai cinque banchi sottratti all’utilizzo degli scolari e che erano diventati la nostra biblioteca, una piccola libreria che era stata formata nel tempo dalle acquisizioni provenienti dalle dotazioni degli altri istituti, probabilmente dagli scarti dei distretti scolastici più grandi.
Per me erano i libri più belli del mondo, le finestre più luminose su cui avessi mai potuto affacciarmi…

C’erano le collane Longanesi sugli esploratori del continente africano, un Robinson Crusoe con la carta che sapeva di legno affumicato, Guerino il meschino dei Fratelli Fabbri Editori, Bertoldo e Bertoldino di Giulio Cesare Croce, L’isola del tesoro nella traduzione di Luigi Garbone, Il giro del mondo in ottanta giorni con la copertina verde totalmente consunta, Le mille e una notte di Curcio Editore, Ventimila leghe sotto i mari in edizione integrale, I ragazzi della Via Pal con copertina giallo pallido macchiata di grigio.
E ancora vecchi volumi rilegati, a partire da inserti del settimanale Il tempo, che raccoglievano gli eventi della storia recente, in particolare un Cento anni d’America, un Cento anni di Russia e un Cento anni d’Italia (dal 1861 al 1961), tutti a cura di Flavio Simonetti.

A parte, all’estrema destra dell’ultima fila del terzo banco, sempre in bilico e in procinto di cadere, c’erano due volumi su cui posavo spesso lo sguardo e dei quali mi ero fatta l’idea che rappresentassero quanto di più raffinato una biblioteca scolastica potesse avere in dotazione: una edizione del 1964 de I promessi sposi di Aldo Palazzi Editore a cura di M. Barbi e F. Ghisalberti, con illustrazioni di Giorgio De Chirico, e un Don Chisciotte della Mancia del 1965, sempre editato da Aldo Palazzi,  tradotto da Vittorio Bodini e illustrato da Salvador Dali.
Libri che profumavano di primavera e su cui ha viaggiato a lungo la mia fantasia di bambino di seconda, pardon, di terza…anzi no, di quarta o di quinta…

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