Ecco, stamattina mi sono emozionato, dopo tanto tempo. Sono entrato in una bottega ed ho cominciato a parlare del più e del meno con la proprietaria. Il bancomat non prendeva (probabilissimo che sia arso) ed i discorsi si sono allungati un po’. Ha cominciato a parlare del mio bambino, ha detto che è molto simpatico, cordiale, aperto. Ha detto che anche il suo era così da bambino, che adesso ha 23 anni ed è andato via da qui, dopo essersi laureato col massimo dei voti, perché qui “c’è la miseria e la morte”. In bottega non c’era nessuno, se non noi due e l’odore intenso e buono della bottega stessa, così lei si è dilungata un po’ su questa cosa di suo figlio che è via e che non vuole più tornare.

La sua è una bottega in cui si fa un lavoro umile, di quelli che nessuno vuole più fare, e infatti neanche suo figlio ha voluto più farlo; che è esattamente e precisamente quello che lei e suo marito fortemente desideravano. Ma questa cosa che il loro figlio se n’è andato li fa stare tanto bene e tanto male insieme, una cosa che la signora fa fatica a descrivere, ma che è molto forte.

Mi ha raccontato che quando era bambino lo seguivano in tutto, hanno giocato tanto insieme e stavano bene loro tre al sabato sera quando andavano a prendere una pizza da asporto e la mangiavano in casa e poi giocavano con il loro bimbo e si sentivano pieni e felici. Anche quando è diventato più grandicello, appena appena uomo stavano tanto insieme. La sera lei e suo padre lo ascoltavano che ripeteva le cose che studiava, “anche se non ci capivamo niente”, mi ha detto. E poi lo accompagnavano alle feste, imponendogli orari precisi per il ritorno, e il giorno dopo lo stavano ad ascoltare quando lui gli raccontava quello che era successo, anche con qualche lieve confidenza sulle ragazzine, sulle prime cotte, sui primi doloretti amorosi.

Insomma l’abbiamo tanto amato e tanto ascoltato, mi ha detto la signora. E adesso continuiamo ad esserci sempre, ma tutta quella gioia di esserci e di averlo è finito, perché ci vediamo su Skype e lo possiamo riabbracciare ogni tre quattro mesi, mi ha detto. Adesso è volato via, è il tempo della sua felicità e del suo compimento, mi ha detto proprio così. Mi ha anche raccontato della prima sera dopo che l’hanno accompagnato all’aeroporto, lei e suo marito, e che poi si sono messi a letto stesi uno accanto all’altra e piangevano senza che l’altro vedesse, ma l’altro vedeva e sentiva. E poi ha parlato dei marocchini, di come adesso li capisca e di come adesso sia il nostro turno di essere marocchini.

Insomma sono stato lì mezz’ora e quando l’ho salutata sono salito in macchina con due domande grosse grosse. Come faccio a tirare su anche io un figlio così bene che finisca l’università con il massimo dei voti e sia un bravo ragazzo, una brava persona e trovi poi un bel lavoro e sia felice? E poi: perché devo farmi un culo così a tirare su un bravo ragazzo per poi vederlo volare via lontano lontano e non vederlo quasi più, perché il paese in cui vivo sta morendo soffocato dal fango di una palude che non finisce mai?

Poi, quando sono tornato, ho cominciato a leggere un saggio su uno scrittore che amo, che si chiama Luciano Bianciardi. Nell’introduzione ho trovato questa frase: “Bianciardi nega […] la possibilità di una storia che pretenda di essere sguardo prospettico, verticale e geometrico: mentre la vita non può darsi che come cronaca, materialità nuda dell’hic et nunc, consapevolezza puramente materica della realtà”.

E’ scritta che un professorone universitario, che scrive difficile: forse perché deve. Però mi sa che in fondo in fondo voglia dire che Bianciardi ha capito una cosa fondamentale, che in molti altri nel Novecento hanno intuito: la Storia non va da nessuna parte, non si muove verso una meta precisa, sia essa il Progresso o qualcos’altroPiuttosto singulta, sfarfalla, procede a scosse e a sbotti, infischiandosene di quella nuvola diffusa che siamo noi.

Detto questo l’assillo rimane: se la Storia non va da nessuna parte cosa dobbiamo fare noi per risolvere le angustie della nostra esistenza, i nostri figli che crescono bene e che poi se ne devono andare, ad esempio. Beh, ci sarebbe un’arte, che si chiama politica, che dovrebbe occuparsi proprio di questo. Oggi è putrefatta, e non solo nel nostro Paese. E’ appestata e strangolata da due calamità: l’economia intesa come rapina e la comunicazione intesa come imbonimento. Dentro questa malattia ci siamo noi e i nostri destini, che valgono sempre meno. Per tornare a farli valere avremmo bisogno di cattivi maestri che tornino ad insegnarci la Rivoluzione: ma i primi non ci sono più e la seconda è un’invocazione blasfema.

A questo punto la retorica imporrebbe una conclusione, con magari dei coriandoli di ragionamenti che assomiglino ad una proposta. Che invece non c’è. Ed è forse dall’assenza di proposte che dovremo ripartire, capendo come è nato questo vuoto. Ma finché ci parliamo attraverso commenti su Facebook il vuoto resterà vuoto e il figlio della bottegaia se ne starà all’estero. Soprattutto, e peggio di tutto, felice di rimanerci.

Sandro Marchioro

La foto è di Max Cavallari. E’ parte del progetto (Di)stanze, con cui il fotografo racconta le storie dei giovani che hanno scelto di vivere all’estero, la distanza forzata dalla famiglia, i legami mantenuti attraverso le nuove tecnologie. 

Una risposta

  1. La sola ‘proposta’ è sempre quella: se invece d’andarsene (magari sì anche, ma solo temporaneamente per far esperienza e senz’altro poi tornare in madrepatria belli ‘armati’) facessero azione civile, sociale e quindi anche politica qua, non saremmo così a cartoni: badano solo a sé, come quelli con cui se la prendono andandosene – stessa menata!

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