Nessuno è disposto a buttare qualche milione di euro nel cesso. Meno che meno una multinazionale che voglia promuovere un prodotto. Questa incontrovertibile realtà mi spinge a riflettere: il lancio sul mercato di un profumo di lusso costa molto, moltissimo. Le campagne vengono pianificate a tavolino da guru del marketing, professionisti esperti, maestri della comunicazione, gente in gamba che non lascia nulla al caso, dispone di tutti i dati e le informazioni relative al potenziale cliente, il “target” come lo chiamano, quello che deve recepire il messaggio pubblicitario come un invito accattivante a convertirsi alla nuova fragranza, o almeno a provare il tester quando passa in profumeria. Gli spot pubblicitari della maggior parte dei profumi più recenti, parlo di brand… anzi di “maison” blasonate, sembrano rivolti ad un pubblico di deficienti. Ambientazioni inverosimili, abbigliamenti grotteschi che ricordano il catalogo Vestro che vendeva per corrispondenza, atteggiamenti da cinema espressionista tedesco, sceneggiature che evocano i racconti da bar dei playboy falliti.

Verrebbe da pensare che l’igiene personale sia appannaggio degli idioti, che la popolazione con un quoziente intellettuale almeno normale puzzi allegramente, ostentando l’ascella assassina e imponendo la fiatella all’aglio. Ma davvero c’è un pubblico di coatti in vestito da sera col risvoltino (?) che sogna di uscire nottetempo da un palazzo d’epoca inseguito invano da vestali semidiscinte dall’aria svenevole?

E quante sono le sagaci sgallettate pronte a salire su improbabili auto d’epoca che non saprebbero guidare neppure a fianco dell’istruttore di scuola guida?

Gli unici a consumare profumo sono personaggi che sognano una vita al ritmo di videoclip scadenti? C’è da preoccuparsi… ma in fondo una volta si diceva che le più grandi consumatrici di profumi fossero le ragazze delle case chiuse… oggi sono le ragazze ed i ragazzi delle case ottuse.

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