Non avevo mai approfondito i lavori fotografici di Pietro Donzelli, pur avendo amici più esperti di me che spesso me lo hanno citato parlando di fotografia del Delta.
Forse l’equivoco e la conseguente sorpresa è stato proprio nel pensare di andare a vedere l’ennesima mostra di foto del Delta, e in particolare del Delta alluvionato degli anni Cinquanta.Il fascino del bianco e nero e la raffinatezza nella scelta del soggetto, la profonda conoscenza dei grandi fotografi e l’occhio talentuoso allenato, mi presentano un Delta e i suoi attori, ben distanti dalla depressione che tutte le didascalie della mostra vorrebbero evidenziare.

Non sono incline alla critica, ma se qualcosa ha stonato nella visita alla mostra allestita fino al prossimo 2 luglio presso Palazzo Roverella a Rovigo, quel qualcosa è stato proprio l’accompagnamento della guida e dei testi introduttivi, o alla campagna pubblicitaria che definirei deviante.

Chiaramente è un mio pensiero, ma la forza degli scatti, che hanno trovato un ottimo allestimento nelle stanze del Roverella, per l’occasione spaziose e bianche, sta proprio nell’avermi restituito un periodo, quello degli anni Cinquanta, elegantemente realista, molto dignitoso e con un respiro internazionale.

Sono foto che mi ricordano Man Ray, nella commessa di Contarina. Il clarinettista steso sul letto estivo, mi riporta a un Chet Baker fotografato da William Claxton, ho visto Cartier-Bresson nei manichini e nelle mondine che si riposano sui binari, Berengo Gardin nel frammento d’auto del garage a lamiera in spiaggia. Ho visto donne belle come Audrey Hepburn in Vacanze romane remare in Sacca… e la forza del cinema arrivare fino al porto di Pila. Un uomo che guarda l’altra sponda come Robert Redford guarda East Egg nel Grande Gatsby apre la mostra.

Certo non è il patinato Hollywoodiamo ma un patinato molto più poetico, il dare fascino e dignità a un territorio che viene spacciato per terzo mondo ma è semplicemente privo d’ombra, che ci permette lo sguardo lontano, “un palcoscenico sul quale il gioco delle forme (la vegetazione e l’architettura, il movimento della gente e la luce) emerge più forte che in altri paesaggi naturali o urbani”.

L’elemento umano non è massa ma ancora storie individuali o di gruppo facili da raccontare. Ebbene si è realismo, ma non angosciante alla Pasolini, come le descrizioni vorrebbero far passare.

Una miseria che riporta alla dimensione naturale più che alla povertà, spiagge e paesaggi ariosi in cui l’individuo più che solitario, a me sembra potente e libero, comunque non impaurito, ad eccezione della serie sull’alluvione.

Sono solo le mie impressioni ma trovo centrata tra le poche questa citazione di Fellini: “era il tempo, in cui la poesia era ovunque, e aspettava di essere colta“. Una gran bella mostra di quelle che si potrebbero andare a vedere a Venezia, Roma, Milano che abbiamo la fortuna di avere a due passi.

Le foto citate si possono vedere anche sul sito www.pietrodonzelli.com

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