Il sentimento più diffuso tra la gente, in questi giorni di incertezza, è una sorta di rancore. Potrebbe sembrare la reazione comprensibile a ciò che sta accadendo, ma non lo è. Si sente una rabbia, un’insoddisfazione che cerca colpevoli, che critica qualsiasi soluzione se non garantisce un trattamento di favore personalizzato, un privilegio che permetta di superare indenni o quasi il momento critico. E gli “altri”? Si fottano.
C’è un atteggiamento immaturo e irresponsabile che non ha precedenti, nemmeno a ripercorrere la storia e ad analizzare le tragedie e le calamità del passato.
Vedo persone preoccupate di non perdere qualcosa, di non rinunciare a nulla, ma che si guardano bene dal cercare di capire le cause del fenomeno che stiamo sperimentando.
La casa sta crollando, ma nessuno si preoccupa di capire perché, l’importante è opporsi all’ordine di sfratto. Nessuno si preoccupa di verificare le condizioni delle fondamenta o di valutare se ci siano azioni di consolidamento che si possono attuare per evitare il crollo altrimenti inevitabile: si litiga per non essere costretti ad abbandonare la stanza.
Non nego che la crisi abbia colpito in modo iniquo e che spesso le misure messe in atto si siano rivelate insufficienti: alcuni rischiano di perdere tutto mentre altri soffrono, nel peggiore dei casi, qualche trascurabile disagio, ma basta fermarsi un attimo a riflettere per rendersi conto che il nostro modello di sviluppo, la nostra società, sono al capolinea.
Non si può capire cosa sta accadendo se si continua a rifiutare l’evidenza incontestabile che la causa della pandemia e del modo in cui essa è stata gestita sino ad ora, siamo noi. Tutti.
La gestione dissennata dell’ambiente e la diffusione degli allevamenti intensivi fungono da incubatore per queste malattie, i tagli alla spesa sociale impediscono di avere un servizio sanitario che possa affrontare le emergenze, la sperequazione feroce causata dal neoliberismo crea sacche di povertà crescente, dove l’ignoranza e i problemi economici da un lato favoriscono il contagio e dall’altro selezionano in modo crudele chi ha accesso alle cure e chi no.
Paradossalmente questa mancanza di consapevolezza e l’atteggiamento puerile che ne deriva, invece di riunire il paese in uno sforzo collettivo per risolvere le criticità, generano divisione sociale, trasformano il paese in un coacervo di posizioni individuali, una nazione di nani stupidi e litigiosi: esattamente quello che, se esistessero, preferirebbero i poteri forti ed i loro rappresentanti, quei complottisti misteriosi che gestirebbero dietro le quinte la pandemia programmata a tavolino.
Nel frattempo va bene tutto, a patto di non essere costretti ad indossare una mascherina o a rinunciare alle celebrazioni dell’apericena.

5 risposte

  1. Si avverte davvero tutto ciò che affermi,confermo di essere un po’ preoccupata nel rendermene conto.

  2. Rendersi conto di ciò che sta accadendo è importante, anche se non necessariamente gradevole, per decidere consapevolmente della propria vita.

  3. Bellissimo articolo, che ovviamente condivido, nel portare giustamente all’attenzione il problema di una società che sta lentamente collassando su se stessa, un piccolo errore vi è a mio parere, quando si fa uso di termini come “paese” o “nazione”… Mentre ormai come abbiamo potuto constatare non esistono più i confini o le delimitazioni… Il problema di un singolo si può trasformare con una semplicità ed una rapidità estrema in un problema mondiale… Non voglio prospettare scenari apocalittici, non credo in questi modi di pensare, penso invece che in realtà, nonostante la situazione sia drammatica, il fondo sia in realtà ancora molto lontano è c’è ancora tempo prima di pensare a come raschiarlo, ma sarebbe meglio a mio avviso trovare il modo di invertire un po la direzione di marcia, perché quando sarà troppo tardi, forse lo sarà per tutti.

  4. Ringrazio i lettori per il loro contributo, per molti versi i commenti completano una riflessione che affronta un tema ampio e in divenire. E’ vero che i termini “nazione” o “paese” sono ambigui e che probabilmente hanno perso gran parte del loro significato, alle elementari il maestro mi parlava addirittura di “patria” e questo ci fa capire quanto le cose siano cambiate e, indirettamente, quale sia la mia età. Non so se l’apocalisse sia vicina (Umberto Eco nel suo saggio “Apocalittici e Integrati” fissa con lucidità la soggettività del termine) ma il modello di società del secondo dopoguerra sembra ormai vicino all’eclissi e quello che apparentemente si appresta a sostituirlo mi da i brividi. Il nodo, secondo il mio parere è costituito dalle categorie morali della nuova società: si passa da una democrazia pur imperfetta ma piuttosto inclusiva e aperta alla partecipazione ad una plutocrazia con un controllo tecnologico sull’individuo che mi sembra inquietante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *