Passeggiare senza meta è praticamente da sempre il mio metodo per visitare le città. Ha davvero poco a che fare con il turismo, ma molto con il mio modo di stare nel mondo.

Qualche giorno fa ero a Venezia per seguire un convegno, uno di quei corsi di formazione rivolti ai giornalisti, perlopiù inutili, ma obbligatori. Avendone il tempo, ne ho approfittato per una breve passeggiata per le calli, cercando quanto possibile di evitare le zone più affollate.

Le persone normali, arrivate nella città lagunare, cercano le cose meravigliose, che tra l’altro abbondano: visitano le chiese, entrano nei musei, si organizzano accurate escursioni. A me piace, invece, passeggiare senza una meta precisa, godendomi lo scorrere attorno a me delle case e dei palazzi e dei ponti e delle strade. Faccio il flaneur, come si diceva una volta, il passeggiatore svagato e curioso. Per dirla meglio, cazzeggio. In questo cazzeggio, delle città in genere non vedo nulla che sia ritenuto interessante, godendomi semmai i dettagli più insignificanti: una bottega di macellaio, una sbirciata oltre i finestroni di una scuola, una barca ormeggiata nel tal posto, una partita di calcio oltre il muro di una parrocchia. 

Questo metodo ha molti difetti, in primis l’impossibilità di compilare una guida turistica con queste suggestioni, che in molti casi accadono in un momento e cessano di esistere poco dopo. Ma ha però il pregio di farti scoprire che c’è qualcosa non dico di bello in senso stretto, ma di vivo e affascinante, perfino nella più squallida e desolata periferia di Roma

Tre cose che mi sono rimaste impresse durante due passeggiate, inizialmente sotto una fastidiosa pioggia mattutina, poi tra le calli assolate e spazzate dal vento verso l’una. 

Da qualche parte nel sestiere Cannaregio, appeso ad un muro vicino ad un ponticello, c’era un annuncio di matrimonio, stampato in modo casalingo su un foglio A4. Nella foto, i due promessi sposi erano una coppia piuttosto in là con gli anni, dettaglio di grande tenerezza.

Dalla parte opposta della città, in zona Dorsoduro, passavo a fianco di un alto muro di mattoni, sormontato da tre filari di filo spinato. In cima ad uno di essi, penzolava un vecchio phon. L’asciugacapelli deve essere stato lanciato chissà quante volte, finché la parabola giusta non ha portato il cavo ad attorcigliarsi al filo spinato e lì rimanere penzolante. 

Nel pomeriggio sono stato con un’amica a San Nicolò dei Mendicoli, antichissima chiesa che appare minuscola dall’esterno e smisurata dall’interno. Appena dentro, mi è caduto l’occhio su un dettaglio, che non c’entrava nulla con la storia e la bellezza dell’edificio: un piccolo merlo marrone si era acquattato tra le panche. Quando ci siamo avvicinati, ovviamente, si è spostato. In quel momento ci siamo accorti che il cucciolo non era solo: c’era un merlo adulto, appollaiato sulle travi, che teneva d’occhio il piccolo caduto dal nido, come fanno di solito questi uccelli.

Tre cose assolutamente insignificanti. Eppure, per certi versi, più vive e appassionanti della più maestosa chiesa barocca. A differenza di quest’ultima, che ha il valore delle cose eterne, questi dettagli mi sembrano avere un valore smisurato proprio per la loro precarietà: non tra dieci anni, ma già ora non esistono più. Sarà per questo che è il genere di cose di cui mi piace scrivere.

La foto è di Michele Montanari ed è parte di un bel reportage sulla Venezia “viva”, che si può liberamente vedere sul blog dell’autore (link).

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