Sono stanco di starmene a casa a guardare la televisione, visto che tutte le trasmissioni, sia quelle di informazione che quelle di intrattenimento, parlano sempre e solo della stessa cosa. Già non mi piacciono quei film di fantascienza che parlano di un futuro distopico. Figuriamoci il presente distopico. Non so nemmeno se il termine presente distopico si possa usare, ma dando un’occhiata ai giornali e alla televisione, direi proprio di sì. E ancora peggio è il fatto che quei programmi, pieni di virologi e altri scienziati che con aria grave ci parlano del nostro presente distopico, sono interrotti da spot pubblicitari, registrati forse un paio di settimane fa, che ci sembrano provenire da una lontanissima civiltà antica in cui si celebravano riti incomprensibili come l’aperitivo con gli amici o le merende con i compagni di scuola. 
Sono anche stufo di stare alla finestra e guardare giù la strada deserta: un Corso del Popolo il cui nome non mi è mai sembrato così ridicolo come in questi giorni. Poi da qualcuno, in casa, forse mia moglie, è partita un’idea: è sabato, perché questa sera, alla faccia di chi ci vuole male, non organizziamo un bel raduno di famiglia, tutti quanti, parenti, cugini, anche quelli di fuori Rovigo, una bella cena tutti insieme?
Era da qualche tempo che progettavamo di trovarci tutti in pizzeria. Quel programma però l’abbiamo scartato. Un po’ per l’impossibilità di trovare una pizzeria aperta, un po’ perché, dopo aver visto lo spot della pizza Corona allo sputacchio verde, a tutti era passata la voglia di pizza. Molto meglio la classica cena di famiglia in casa con una bella pastasciutta, tutti in compagnia, per fare quattro chiacchiere con i piedi sotto il tavolo e tirarci su di morale a vicenda. 
L’idea è piaciuta. Ci siamo impegnati tutti e ciascuno ha tirato fuori le proprie migliori doti di Masterchef preparando qualcosa di speciale. L’appuntamento era alle otto e un quarto; alle  otto e venti  eravamo già tutti con il bicchiere in mano e abbiamo fatto un bel brindisi alla faccia del Coronavirus e dei pessimisti. 
Al momento di sederci a tavola però ci siamo contati. Eravamo in tredici. “Ma non porterà male?”, ha detto mia sorella Marina. Ci siamo guardati negli occhi e ho visto per la prima volta qualche faccia perplessa, qualche espressione preoccupata. Poi mio nipote Federico ha detto: “Tranquilli, noi due ci sediamo sul divano”. In effetti lui e suo figlio Nahuel non avevano proprio intenzione di sedersi a tavola a cenare, gli bastava uno spuntino con un sacchetto di patate fritte, giusto per stare in compagnia. Anche perché, a Buenos Aires, erano le quattro e mezzo di pomeriggio e lì sono abituati a cenare alle dieci di sera.
Noialtri undici, in Italia, abbiamo tirato un sospiro di sollievo e ci siamo seduti tutti davanti al nostro cellulare su cui, seguendo le indicazioni di mia nipote ingegnere informatico, avevamo scaricato questa fantastica applicazione per la teleconferenza. Sul display del cellulare eravamo tutti ammassati, tutti vicini, ciascuno nel proprio quadratino. Ma non avevamo paura del virus, tanto avevamo caricato tutti l’antivirus giusto. Abbiamo alzato i bicchieri e abbiamo fatto un altro brindisi: alla famiglia, all’amicizia, alla compagnia, a Bill Gates, a Steve Jobs, allo sconosciuto inventore della app Jitsi Meet e alla voglia di non arrendersi mai.

Massimo Ubertone è nato e vive a Rovigo dove  esercita la professione di avvocato. Ha pubblicato i libri Un’altra possibilità (Ed. Pontegobbo, 2010) vincitore del premio Città di Bobbio, Natale in famiglia (Ed. Cofine, 2010) vincitore del premio Vico del Gargano. Con Apogeo Editore nel 2014 Non pensare alle formiche e nel 2019 L’estate dello storione. Un caso per la zia Rosaria. Suoi racconti, vincitori o finalisti di premi letterari, sono stati pubblicati in diverse antologie.

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