Tra le tante cinematografie del mondo non siamo abituati a quella paraguaiana. E ora arriva questo film a raccontare  una storia intensa e delicata tra le vie di Asunción, la capitale del Paraguay, nazione stretta tra Bolivia, Argentina e Brasile.

Le ereditiere del titolo sono Chela e Chiquita, due donne che si sono amate molto e vivono insieme da trent’anni. Il regista Marcelo Martinessi racconta un movimento di appartenenza, distacco, disorientamento e rinascita. Attraverso la storia di Chela, Chiquita e di tutte le donne che sfiorano le loro vite, vediamo il Paraguay di oggi e l’eredità pesante dell’oppressione sociale che ha schiacciato il paese per decenni. Dal 1954 al 1989 il potere è stato nelle mani del dittatore Alfredo Stroessner che ha imposto e mantenuto un regime di repressione politica, sociale, culturale. Da tutto questo il Paraguay è uscito come un fantasma alla ricerca di spazio, visibilità, identità. Come in molti paesi dell’America Latina, anche qui a dominare erano i poteri militare, religioso e quello di una borghesia elitaria forte.

Chela e Chiquita sono due ereditiere che hanno sempre vissuto di rendita in una grande casa di famiglia, con grandi stanze, grandi certezze e conforti. L’onda lunga che le ha protette per anni da ogni tempesta, ora si è esaurita e per sopravvivere cominciano a vendere tutto quello che è in loro possesso. Mobili, quadri, cristallerie, lampadari, corredi. Sono due donne cullate dall’agiatezza e diverse. Forse questa differenza ha tenuto vivo il loro amore per tanto tempo, ma quando il possesso e l’appartenenza si sgretolano intorno, la diversità comincia a stendersi tra loro come un’ombra.

Chiquita è energetica, piena di relazioni e voglia di vivere. È iperattiva ma, in fondo, attaccata al possesso delle cose che l’ha determinata per nascita. Di fronte alla necessità della vendita, mette in palio le cose di Chela, non le sue e fa debiti con le banche tanto da finire in carcere per truffa. Chela è una donna smarrita, il cambiamento le crolla intorno come i muri di una casa. Ha paura, rifiuta il contatto con l’esterno e non vuole reagire all’inevitabile. Quando lascia Chiquita in carcere il mondo è una grande nebbia calata su di lei. La compagna le lascia accanto Pati, una governante che si prenda cura di lei come fosse un’inferma. In realtà Pati, donna meravigliosamente corpulenta calma e saggia come una curandera, guarda silenziosa la rinascita di Chela. Perché, tolta dalle sue certezze dalla consuetudine dei giorni dalla foschia inerte e dalla presenza di Chiquita, Chela rinasce.

Accade per caso ma non a caso, come tutte le cose forti della vita. Chela possiede un’automobile, la vecchia Mercedes di suo padre. La possiede ma non ha la patente, delle due l’ha sempre guidata Chiquita. Ora che è sola prende in mano il volante e comincia a muoversi circospetta per la città, farlo è una necessità ma diventa subito un gusto. La vicina di casa Pituca le chiede un passaggio dalle amiche per le quotidiane partite a carte. In un attimo Chela diventa la tassista privata di una piccola umanità femminile immersa in splendori e malinconie passate.

Tutto nel film brilla di una luce calma e progredisce lento attraverso i movimenti di Chela, i suoi grandi occhi di bambina che ha tanti anni addosso ma che ha tutto da scoprire. E nella sua ricerca incontra Angy, giovane donna intenta a districare complicate relazioni con uomini, forte e dolce. Anche Angy la ingaggia come autista e nei lunghi viaggi ogni giovedì per accompagnare la madre a fare terapie, Chela riscopre i sensi e i sentimenti.

Ci sono due cose, oltre alle attrici tutte meravigliose, che mi hanno colpito del film. Il montaggio del suono e delle immagini. Aspetti tecnici che determinano la narrazione la punteggiatura l’armonia delle inquadrature il carattere dei personaggi. Ogni cesura tra immagini e dialoghi è sottolineata o, al contrario, assorbita con destrezza e piglio poetico. Lo scorrere di Chela in città, il suo sguardo dai vetri dell’auto, i primi piani delle vecchie giocatrici di carte, le visite in carcere a Chiquita e tutta la meravigliosa umanità che lo abita, tutto è composto come parole impresse su una pagina. Parole belle semplici piene.

Annotazioni: Le ereditiere ha vinto tre premi al Festival di Berlino 2018, tra cui l’Orso d’argento per la migliore interpretazione femminile ad Ana Brun (Chela). Marcelo Martinessi prima di questo film ha realizzato solo cortometraggi che sono stati presentati in molti festival internazionali; nel 2016 La Voz Perdida ha vinto alla Mostra del Cinema di Venezia come miglior cortometraggio della sezione Orizzonti. Le intense sequenze nel carcere femminile di Asunción sono girate coinvolgendo le detenute e hanno il potere di raccontare la complicità delle donne, la loro capacità di resistere.

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