Da tanto non frequentavo Baricco e ho ritrovato in Smith & Wesson quel ritmo strettamente legato all’acqua che spesso i suoi libri mi hanno regalato.

A vent’anni dalla pièce di Novecento, per cui ricordo di avere fatto la fila all’alba al Verdi di Padova per i biglietti agli studenti, ritrovo la coppia Vacis/Baricco complice e originale.
L’ambientazione nei primi decenni del novecento nello scenario delle cascate del Niagara. In scena un pescatore di uomini, un teorico del tempo, una venditrice di calore umano e la voglia di vivere.

Quattro attori splendidi, la coppia Balasso e Russo Alesi perfetta e il monologo di Mariella Fabbris una lezione di vita, ancora forse troppo impostata la Raquel di Camilla Nigro, ma l’insieme è una cascata di emozioni.
La scenofonia geniale di Roberto Tarasco e i contributi video di Indyca/Michele Fornasero regalano nel minimalismo scenico di un cubo, l’atmosfera narrativa ideale per concentrarsi sui personaggi e i loro dialoghi.

Il passaggio da un “Novecento” che non vuole scendere dalla nave ad una “Raquel” che vuole lanciarsi dalle cascate per vivere è stato come girare la moneta e vederne il lato opposto. I due testi si sono chiamati spesso nella mia testa durante lo spettacolo anch’esso movimentato da teli bianchi ed effetti luci che ricreano i movimenti dell’acqua.
La Signora Higgins (Mariella Fabbris) è il “deus ex machina” come la definisce Gabriele Vacis nella sua introduzione allo spettacolo (www.teatrostabileveneto.it/events/event/smithwesson). E’ presente dalla seconda battuta ed è continuamente evocata e lei, a differenza di Godot, alla fine appare e ci dà la bussola per l’epilogo:

“Quel che avrei potuto dirle, per aiutarla, l’ho capito solo più tardi ripensando a quel giorno, al suo salto, alla sua follia. Le avrei dovuto dire che tanti saltano nello stesso modo via dalla loro vita, oltre se stessi, rischiando tutto per sentirsi davvero vivi. Avrei dovuto dirle che tutti lo fanno chiusi nelle loro paure, chiusi dentro la botte mefitica delle loro paure. Un posto piccolissimo, molto nero, dove sei solo, e fai fatica a respirare.

Non c’è nulla che si possa fare per cambiare le cose e già si è fortunati se qualcuno ha avuto per noi l’attenzione di mettere una piccola musica, là dentro; o se capita di avere un amico ad aspettarci ad un’ansa del fiume per riportarci a casa, in una qualche casa.
Si semina, si raccoglie, e non c’è nesso tra una cosa e l’altra. Ti insegnano che c’è, ma… non so, io non l’ho mai visto. Accade di seminare, accade di raccogliere, tutto lì. Per questo la saggezza è un rito inutile e la tristezza un sentimento inesatto, sempre. Seminammo con cura, tutti, quella volta, seminammo immaginazione, e follia e talento.

Ecco cosa abbiamo raccolto, un frutto ambiguo: la luce bella di un ricordo e il privilegio di una commozione per sempre ci renderà eleganti, e misteriosi. Voglia il cielo che questo basti a salvarci, per tutto il tempo che ci sarà dato, ancora.”

 Cristiana Cobianco

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