Ultimamente prediligo il turismo slow a piedi o in bicicletta, non in auto, perché ti permette di essere parte della natura e di osservare la scena che hai vicino, le persone che camminano, che parlano, lavorano e se possibile scattare una foto di street.Avendo saputo che il mio regista statunitense preferito, pluripremiato agli Oscar, avrebbe girato un film a Venezia, il giorno dopo sono partita di buonora in treno, con due macchine fotografiche, obiettivi, taccuino, cappello di paglia per il sole e scarpe comode.

Arrivata alla stazione ferroviaria Santa Lucia ho studiato la scena e sono andata ad informarmi dagli uomini della troupe cinematografica e della sicurezza sul punto esatto in cui sarebbero state girate le scene, proprio nel piazzale antistante la stazione.

L’ideale è mettersi in prima fila, sgomitando un po’ e difendendo il posto a denti stretti, possibilmente vicino ai cameramen della Rai ed ai carabinieri, salutando educatamente col sorriso, così hai la certezza di non essere subito allontanata.

L’osservazione delle prime istruzioni alle comparse con prove a vuoto senza la macchina cinematografica, la spiegazione del loro ruolo e la soddisfazione di essere lì come se fossi io nel ruolo del viaggiatore che trascina la valigia, come ho fatto tante volte, hanno reso meno pesante l’attesa.

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E finalmente arriva un motoscafo che attracca lì davanti, dove avevo già capito potesse essere il suo sbarco e lui, Clint Eastwood attore, regista e produttore cinematografico straordinario, mi passa vicino con un cappello di paglia chiaro, una polo grigio scuro e calzoni chiari e nonostante i suoi 87 anni compiuti, sono irretita dal suo fascino e lo seguo scattando a raffica.

Il regista è collaborativo, non corre dentro il gazebo blu della troupe, saluta il pubblico presente sorridendo, seguito dalla moglie, una signora bionda di almeno 40 anni più giovane, ed una guardia del corpo americana, che sembra un attore pure lui da quanto è prestante.

Ciak si gira: compare la piccola lavagna con la barretta che serviva a tagliare la pellicola, la troupe segue in silenzio e filma le comparse tutte veneziane, sono viaggiatori che provengono dalla stazione o vanno verso la stazione incrociandosi, tirando il trolley, portando borse, simulando persone italiane ma anche americane con vistosi cappelli e occhiali anni ’60 e macchine fotografiche retrò con la custodia di pelle.

Il film “The 15:17 to Paris” tratta dell’attentato terroristico nel 2015 al treno Bruxelles –Parigi sventato da tre giovani americani, di cui due sono anche gli attuali attori ed oltre alle scene della stazione, girate dall’alto della gradinata e poi dal basso, avrà degli interni girati al Conservatorio Benedetto Marcello e poi a Rialto.

Clinton Eastwood ha seguito personalmente le scene sul set con il suo assistente di regia, con grande professionalità e rispetto, come mi hanno confermato gli operatori italiani e due signore che facevano le comparse americane, pagate per l’occasione 86 euro lordi, per il loro impegno della intera mattinata, mentre si dissetavano in un momento di pausa tra una scena e l’altra.

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Appagata da questo grande incontro ho deciso di fermarmi a Venezia, in calli poco frequentate, approfittando del fatto che a parte i cinesi o giapponesi, gli altri turisti si erano scatenati i giorni prima con il Ferragosto e la città era abitata dai lavoratori e da pochi veneziani presenti nei “bacari”, cioè un piccolo bar dove vanno in genere gli abitanti del posto, dove bere un goto di vino semplice con un piccolo stuzzichino ad un prezzo decoroso, non gonfiato per i turisti.
In uno di questi spazi vedo esposte delle buone fotografie e come mi vedono attrezzata fotograficamente mi chiedono di mandare le mie foto che mostro al cellulare, per una futura esposizione in questo locale ristrutturato.

Arrivo al Palazzetto Bru Zane San Polo 2368 e trovo la mostra Listen di Rhona Bitner, aperta fino al 31 agosto: un’esposizione di fotografie cromogeniche dei locali musicali americani e della storia del rock and roll americano, frutto di dieci anni di ricerche e di viaggi con 350 fotografie, di cui sono esposte nel bellissimo palazzo della Fondazione francese Bru, solo una selezione delle fotografie del progetto Listen, collegato alla Biennale.

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Non poteva mancare, infine, una visita ai “Tre Oci” alla Giudecca 43, alla mostra di “ David Lachapelle Lost + Found, artista americano eclettico sia come fotografo che regista, con uno stile dai colori decisamente accesi, con fotografie ironiche, molto barocche ridondanti, decisamente costruite però originali nella trasgressione.

Andy Warhol gli offrì il primo incarico come fotografo per “interview”. Da lì il gioco è fatto e Lachapelle crea alcune delle campagne pubblicitarie più memorabili della sua generazione ed il successo è suo. Un filmato spiega la sua tecnica dopo la visione delle sue coloratissime e surreali fotografie; è altro rispetto le precedenti mostre dei Tre Oci, ma la fotografia è anche questo.

Una giornata veneziana a quasi km zero da casa, ricca di tanti incontri, esperienze, emozioni, ad un costo limitato che consiglio a chi vuole vivere slow.
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