Cimitero di Ca’ Pasta, foto di Roberto Giannese

Umberto Scabin, detto Bertino, era morto colpito dalla cinghia di trasmissione del vecchio John Deere, proprio mentre stava tentando di bloccarne il meccanismo. Alfio Tessarin era stato assalito da un toro inferocito liberatosi improvvisamente dal box nella stalla di Ca’ Cornera. Argentina Pozzato era spirata accasciandosi dopo cena, in preda a tremende convulsioni. Giuseppe Mantovan, detto Bepi Genio, era stato raggiunto proprio nel petto, durante la tempesta di agosto, da un pezzo di lamiera vagante. Marcellino Trombin era morto all’alba, all’improvviso, senza un perché. Archimede De Grandis, detto Pujana, se non ricordo male era morto in casa travolto dallo scoppio di una bombola del gas. Giovanni Perazzolo, detto Nane Cagno, era annegato attraversando il Po Grande la vigilia di Natale.
A causa di una fuga di metano nella Centrale di compressione di Ca’ Giustinian erano invece morti i due cugini Alfredo Fregnan, detto Potacio, e Paolino Crepaldi, detto Scabbia.

Insomma quello che voleva essere un pomeriggio di trasgressione si trasformava quasi sempre in un momento di studio e riflessione, un piccolo compendio di storia sociale che la mia curiosità di bambino, in cerca di occupazione nelle giornate estive, elaborava la sera durante la cena.
Era lì, invitando mamma e papà ad accendere la miccia delle loro storie, che rimettevo in ordine le cose collegando nomi e persone, luoghi e parentele, storie più o meno verosimili di famiglie rispettabili, disperate, o travolte da eventi imprevedibili.

Anche per questo la gita al cimitero di Ca’ Pasta, quello dove venne sepolto il bimbo di Sofia Loren ne La donna del fiume, si trasformava sempre in qualcosa di istruttivo, in momenti di apprendimento fecondo.
Erano incursioni clandestine, naturalmente, con tutti i rischi e i patemi che comportava entrare in un cimitero semi-abbandonato, ancora pieno di tombe e di arnesi provenienti dall’intero armamentario sepolcrale tra cui frammenti di marmo colorato, cornici rinsecchite, vecchi vasi pieni di acqua ferma e puzzolente, lettere di metallo sparse sul terreno alla rinfusa.

Fra le tombe, in mezzo alla vegetazione infestante ormai padrona del luogo, erano ancora percorribili tratti di vecchi sentieri e leggere i nomi dei morti stampati sulle lapidi era la cosa più affascinante e, nello stesso tempo, spaventosa.
Alcuni di loro avevano foto ormai irriconoscibili: consumate da aria, sole e vento si intravedevano soltanto le sagome di figure confuse. Sulle tombe più riparate, invece, si erano conservate meglio.

In particolare, all’inizio della prima fila, la foto di Maria Fonsati, detta la Maretta Pessa, era quella che mi incuriosiva di più: stava, non per essere irriverente, letteralmente morendo dal ridere…
Arrivato in fondo, subito dopo la tomba di Pasquina Pavan, avevo finito la conta delle Marie.
In tutto erano ventisette e fra loro ricordavo tanti nomi sentiti in casa centinaia di volte: la Maria Santina, la Maria Castagna e la Maria Badoglia; e ancora la Maria moglie di Palmiro Giacon e quella di Arvidio Fornaro, e poi la Maria sorella di Gianni Peto e quella di Vittorio Smerdon.

Della seconda fila non era rimasto quasi nulla, solo un corridoio di terra smossa mista a pezzi di marmo.
Quello era il filare degli Angeli, nel senso che, a quanto mi aveva raccontato mia madre, lì erano stati sepolti Angelo Mosca, il pugile della Mea, Angelo Finotti, di Ca’ Pisani, detto Crocale, e anche Angelo Favaron, morto a poco più di trent’anni, detto Paguro.

Ma era la terza ed ultima fila la mia preferita: le foto delle tombe erano qualcosa di incredibile, ritraevano gli inquilini occupati nelle attività più impensabili.
Ernesto Pilotti, detto Fasolo, in giacca e cravatta  accarezzava un piccolo maiale, Fedora Molon, detta Gramegna, stava spennando un pollo enorme tutto nero, Attilio Spadin, detto Ciuccia, giocava a dama in osteria e, cosa che mi faceva davvero trasalire, Ortensia Cappato, ex vedova di Adalgiso Primon, era ritratta mentre stava dando la caccia a tre pantegane.

2 risposte

  1. Che bella questa quiete lugubre dell’immaginario…
    Pressochè una sorta di letteratura sepolcrale.
    Il tuo racconto, caro Vainer, fa rientrare il piccolo cimitero di Ca’ Pasta, in una tappa colma di suggestioni per non far sparire ricchezze rievocative della nostra memoria, del nostro passato, del nostro Po. Complimenti!
    !

  2. Caro Vainer,
    la lettura mi ha portata a seguirti in questo percorso con particolare curiosità. Una foto ed un nome nel luogo, dell’eterno sonno umano, potrebbe sembrare per tutti, una storia che appartiene ai soli familiari di quella foto….invece, tu hai dato “voce” a quelle immagini…donando onore a quelle comuni vite, la cui identità è conosciuta solo da coloro che hanno conosciuto e che ricordano quelle persone . Gli aneddoti sulle immagini e nomi dei defunti, velano la morte e ne esaltano la memoria del loro essere stati “esseri viventi”.
    Complimenti, bel testo, raccontato con sapiente “profonda e delicata” scrittura.

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