Star Wars è nelle sale. Non racconterò la trama né aneddoti che riguardano questo o altri episodi della saga. Sulle Guerre stellari in quarant’anni – il primo film è uscito nel 1977 – è stato detto e scritto tutto.Ma sono una fan della prima ora, la trilogia originale l’ho vista al cinema ed è qualcosa che lascia il segno. Dunque è più forte di me e poche considerazioni desidero farle. Qualche suggestione interna, solo per evocare la vibrazione che tanti condividono. Guerre stellari piace o non piace, esalta l’immaginario o passa anonimo senza lasciare tracce. Non ci sono vie di mezzo.

Nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sul futuro di questo fantasioso peregrinare nell’universo, sul senso di mettere una di fronte all’altra una forza chiara e una oscura, un’idea di universo tenuto insieme da un’energia fisica, sì, misurabile come le forze che tengono in equilibrio i corpi celesti, ma un’energia soprattutto mentale, interiore e non quantificabile.

Le avventure, le trame fitte e contorte dei diversi episodi, si dipanano su questo sfondo: un universo in cui l’equilibrio è dato da una sorta di presa di coscienza di tutto quello che vive, respira, esiste, animato o inanimato, non importa, ma che occupa uno spazio, abita un luogo e ha un ruolo nella totalità. La forza di cui si parla è un vedere all’interno di sé, degli altri, delle cose, senza pregiudizi. Ma ad una forza chiara, luminosa si contrappone sempre una forza uguale e contraria. E questa energia di segno opposto è una legge dell’universo, lo è al punto che la dicotomia non è in realtà tra bene e male, come se fossero entità separate. Il lato chiaro e il lato oscuro della forza sono presenti in tutto e in tutti. Gli Jedi stessi, esseri che incarnano la forza luminosa, cadono e si rialzano, sono Jedi ma possono scegliere il lato opposto. Il mitico Dart Fener (sto al nome usato in Italia), padre di Luke Skywalker, era uno Jedi passato al lato oscuro.

È banale disquisire su bene male positivo negativo, presenti in ogni essere umano o intergalattico. Sembra una piccola lezione morale di cui forse nessuno sente bisogno. Il fatto è che George Lucas, ideatore, mentore, deus ex machina di tutto, ha trovato un modo dirompente per parlare di questo, dando vita – senza limiti, a quanto pare – a un immaginario così potente da resistere al tempo. E ha creato uno squarcio nel pensiero avventuroso, nell’idea di spazio tempo, vicino lontano, possibile impossibile. Un vero colpo di genio.

Dopo di che si può ragionare sul senso di fare altre due trilogie che, tra una cosa e l’altra, sono ancora in divenire. I primi tre episodi (Guerre stellari, L’impero colpisce ancora, Il ritorno dello Jedi) presupponevano un antefatto, diventato poi il materiale della seconda trilogia, realizzata tra il 1999 e il 2005: La minaccia fantasma, L’attacco dei cloni, La vendetta dei Sith. E poi prudevano troppo le mani per non immaginare un dopo. Dopo Luke, Fener, Palpatine.

Solo che a quel punto George Lucas non c’entrava più e la Lucasfilm se l’era comprata la Disney. Sotto il marchio di questo mastodonte sono usciti a fine 2015 Il risveglio della forza e, in questi giorni, Gli ultimi Jedi. Il terzo episodio della terza e, si spera, ultima trilogia uscirà nel 2019.

Osservo gli spettatori al cinema. A parte le mie visioni adolescenziali, tutte le volte che vado a una proiezione di Star Wars a friggere sulla poltrona sono gli adulti, non i bambini. In sala si portano tutto l’immaginario possibile, potenziato dal ricordo della prima emozione. I ragazzini di oggi sono affascinati e probabilmente devono questa malia anche alla luce che lampeggia negli occhi dei loro genitori. Ma le guerre non sarebbero così stellari senza quei primi tre episodi. Senza quella contingenza magica che ha messo insieme un cast perfetto per una storia davvero senza tempo: il lato oscuro della forza, l’Imperatore e la Morte Nera, gli Jedi e il lato chiaro, maestro Yoda e il potere della men-te e del cuore, Obi-Wan Kenobi, la Principessa Leila, Luke Skywalker, Ian Solo, il Millenium Falcon, Chewbecca, C1-P8, D-3BO… Dart Fener.

Dunque sono andata al cinema. L’ho fatto mettendo in conto la delusione. Ormai, dopo otto film, mi aspetto che l’entusiasmo sia un ricordo, lo sfrigolio al cuore anche e lo stupore qualcosa rimasto indietro, in un altro tempo. Ma è come per i pirati, anzi peggio, visto che da bambina volevo diventare astronauta, nonostante la matematica per me fosse molto oltre l’opinione.

L’emozione mi ha investita in pieno e ha toccato le corde interne come fossero quelle di un’arpa. Aspetterò paziente fino al 2019. Poi però basta. Vorrei che la forza restasse nel suo meraviglioso equilibrio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *