Oggi il Consiglio regionale del Veneto discute una proposta di legge che potrebbe favorire l’insegnamento del dialetto veneto nelle scuole. Il dibattito, ovviamente, è aperto. Questo il commento di Sandro Marchioro.

Si chiamano materne quelle lingue che vengono succhiate dalle minne delle madri e poi via via sbrodegate con l’entusiasmo dei padri, con la dolcezza dei nonni, con le confidenze degli amici. Sono lingue che non si imparano sui libri perché quando le impari i libri sono forme e colori, ci giochi e apprendi i fondamentali della vita, ma non le regole della lingua.

Fino a qualche decennio fa lingua materna, o piuttosto familiare, era soprattutto il dialetto; oggi molto meno, anche se il dialetto resiste, subendo le trasformazioni che sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, le lingue hanno il destino di subire. In questi giorni il Consiglio Regionale dovrebbe discutere un disegno di legge, il n. 116, che i giornali dicono potrebbe portare all’insegnamento del dialetto veneto nelle scuole.

A me pare che la proposta di legge non dica proprio questo, o almeno non in maniera così netta. Ma io non capisco molto bene il linguaggio di questa legge e, chiedo scusa per l’arroganza, non mi pare sia del tutto colpa mia: piuttosto ho sempre l’impressione che chi scrive le leggi abbia dei grossi problemi con l’italiano, e forse in questo caso dipende dal fatto che chi ha scritto la 116 alle elementari amava talmente tanto il dialetto che durante le lezioni di italiano dormiva. Fatto sta che si capisce poco.

Però il problema non è questo. Se (e dico se) questa proposta di legge regionale volesse portare lo studio del dialetto a scuola farebbe un errore capitale. Un errore che nasce dal sapere poco o nulla delle lingue, delle loro dinamiche e delle loro storie. E soprattutto dal non riflettere sul fatto che gli interventi di legge in materia linguistica o sono censori (come fece il fascismo) o sono normativi, cioè linguisticamente ridicoli.

Si parla molto di identità in questa proposta di legge, collegandola al fenomeno dialettale: ma identità oggi è un termine pieno di ambiguità e di scorie, sporco, un po’ ebete. Sarebbe molto più bello parlare ad esempio di vita dei luoghi, e difendere davvero (e non in chiave stoltamente politicante), nei molti modi propri che pertengono ad una amministrazione regionale, le storie, le tradizioni, quelle che una volta si chiamavano usi e costumi locali, le culture insomma, patrimonio ricchissimo succosissimo e irrinunciabile nella vita dei luoghi, di cui anche il dialetto naturalmente fa parte. Ma insegnare il dialetto a scuola è il modo più efficace e rapido per far odiare una cosa meravigliosa a intere generazioni.

Il dialetto non si studia: si parla. A scuola è sacrosanto fare educazione linguistica, dentro alla quale far prendere coscienza ai ragazzi del fenomeno dialettale: ma in chiave di scienza, non di nostalgia e, soprattutto, non attraverso la norma, cioè la grammatica. I tratti linguistici regionali esistono, nessuno lo nega: ma una grammatica del veneto è un’astrazione, perché nella realtà esistono le parlate, con varianti sostanziali anche a pochissimi chilometri di distanza: insegnare il “veneto” ad un ragazzo di Ariano Polesine e ad uno di Asiago o di Chioggia significa solamente rompergli le balle con un’altra lingua semi straniera che, ammesso parli il dialetto, non è quella ricca, sugosa, espressiva e sagace che ha imparato fin da bambino. Diventerebbe un peso insopportabile, odioso, ed otterrebbe l’effetto contrario rispetto a quello che si vuole ottenere.

Il bilinguismo naturale di molti parlanti veneti va difeso, ma non per via di legge: ciò su cui bisogna agire, comprendendolo e mutandolo, è l’abisso antropologico che si spalanca tra la frase: “Sciocchino, non vedi che hai imbrattato la parete” e la frase: “To mare vaca, te gh’è spigassà tuto el muro”, detta da due madri (o padri) che hanno una visione della vita, della cultura e della società completamente diverse.

Non c’è legge che tenga: al dialetto bisogna fare pubblicità, deve diventare idea comune la carica seduttiva che viene dalla sua forza, dal suo istintivo vigore: non in opposizione all’italiano, ma in maniera complementare ad esso: soprattutto, fuori dalle aule scolastiche. Piuttosto a scuola si legga (senza farci l’analisi del testo e senza l’interrogazione, per piacere) qualcosa della vastissima produzione letteraria nelle varie parlate venete: autori di grande spessore di tutti i secoli e, molto spesso, di grande interesse e divertimento: un serbatoio meraviglioso.

Soprattutto, si svincoli il dialetto da una visione della cultura con la c maiuscola, e dall’idea di istruzione come costruzione: il dialetto è vita che pullula, è fluidità e colore ad un grado maggiore della lingua nazionale che impari a scuola; che, certo, non è gesso da presa ed ha anch’essa le sue meraviglie. Ma la storia del mio amato italiano riporta inevitabilmente alla convenzione, sia essa letteraria che istituzionale: e sebbene negli ultimi decenni l’italiano stia diventando più ricco, sinuoso e flessibile (probabilmente perché è più parlato che scritto, come invece accadeva nei secoli passati), è evidente che in alcuni ambiti il dialetto conserva una profondità ed un acume irraggiungibili.

Un’offesa come “va in mona to mare” non esiste nella lingua nazionale: non è una secca offesa volta a colpire, una stoccata che ferisce: è un invito, tenerissimo, a riavvolgere il nastro della nostra vita, a ripensare a quanto abbiamo fatto dal momento in cui ci ha sputato il grembo materno, a ravvederci e a ripartire da capo pensando ad un nuovo inizio. A non sbagliare più. Come non rivolgere un invito così caldo a tutti coloro che vorrebbero amministrare la nostra vita sapendo poco o nulla di ciò su cui legiferano?

Sandro Marchioro 

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