Quando vedo film tanto lontani da noi, lontani geograficamente ma anche per immaginario e paesaggi, mi sento confortata. La rappresentazione di territori e sguardi distanti dai nostri mi fa pensare a quanto oltre c’è.

Perciò gioisco di cinematografie che difficilmente trovano spazio, non solo nelle sale, ma in noi. È accaduto con due film in concorso nella sezione Orizzonti.

Jinpa è un film tibetano del regista Pema Tseden. “Se ti faccio entrare nel mio sogno, forse diventerà il tuo”, recita un detto tibetano. Jinpa corre con il suo camion lungo la pista che attraversa l’immenso altopiano del Tibet a 5 mila metri di quota, guida sotto una coltre di polvere ghiacciata, alzata da un vento furioso e siderale. Investe una pecora che muore e porta con sé. Corre ascoltando “’O sole mio” in cinese, è la canzone che preferisce perché la sua bambina è il sole.

Lungo la strada Jinpa incontra Jinpa e gli dà un passaggio. Non è un gioco di parole ma due persone con lo stesso nome. Jinpa il viandante da dieci anni cerca l’uomo che ha ucciso suo padre. Vuole raggiungere il paese dove forse abita e ucciderlo, in vita porta un coltello con l’impugnatura d’argento. I due Jinpa corrono insieme e arrivano a un bivio dove il viandante scende, mentre il camionista prosegue per scaricare la merce che trasporta. Poi va al tempio e chiede a un monaco di intonare una preghiera per l’anima della pecora che ha ucciso, per poter proseguire il suo viaggio.

Ma Jinpa non si dà pace e torna dove ha lasciato il viandante, vuole sapere se ha trovato l’uomo che sta cercando. L’ha trovato, sì, ma quando l’ha visto ha pianto ed è scappato. Jinpa il camionista riparte sapendo che il viandante non ha realizzato il suo sogno. E allora impugna il coltello e compie il sogno di Jinpa.

Il regista ha dichiarato che si tratta di un film sul risveglio. Ciò che ci scuote veramente ci induce a spostare lo sguardo e a comprendere il mondo degli altri, per quanto terribile sia.

Anche Ozen (The River) del regista kazako Emir Baigazin ha a che fare con lo sguardo. Anche qui lo sfondo è una distesa immensa nuda e arsa, il deserto del Kazakistan.

“Ho costruito questa casa perché non avessero alternative”, dice alla moglie il padre di cinque figli maschi. Vivono in una modesta fattoria nel nulla. Un po’ più in là sull’orizzonte c’è un fiume impetuoso al quale il padre non li ha mai portati.

Aslan è il figlio maggiore, l’unico che il padre ha educato e al quale ha delegato l’educazione dei fratelli. Aslan rifiuta di imporsi ma è costretto a farlo, incalzato dal padre che lo vuole uomo. L’orizzonte è tutto qui. Per allargarlo Aslan porta i fratelli al fiume perché sentano la libertà dell’acqua.

Poi arriva Kanat, il cugino di città, ha un tablet, una visione del mondo molto diversa dalla loro e la sua presenza rompe gli equilibri e apre l’orizzonte. Ma Kanat scompare nel fiume e i cinque fratelli lo credono morto. Si chiudono nel silenzio, mentono e questo allarga le divergenze tra loro. E quando tutto sembra franare, Kanat ritorna. In una sorta di parabola di caos e ricomposizione, con un linguaggio lento e poetico, il film racconta il conflitto e la crescita che porta con sé.

Piuttosto deludente, invece, Acusada di Gonzalo Tobal, film argentino in concorso a Venezia 75. Un processo per omicidio, una ragazza accusata di aver ucciso la sua migliore amica a una festa in una notte di alcool e droga e un processo mediatico che inizia dopo due anni e mezzo dai fatti.

Ci sarebbero tutte le premesse per un buon racconto. E siamo a Buenos Aires, non nello Stato di Washington o di New York. Forse nel film c’è troppo del racconto americano a sfondo giudiziario e per di più l’idea, dichiarata dal regista, di restituire l’effetto dirompente che l’esposizione mediatica dà ai fatti, viene completamente occultata dall’immagine di una brava ragazza coinvolta suo malgrado e di una famiglia che, se entra in conflitto, lo fa solo per stanchezza.

Non viene insinuato nessun dubbio nell’animo dello spettatore, nessuna incrinatura. Il massimo della ruvidezza è restituire l’idea di un universo giovanile che si lascia andare a qualche eccesso, ma poi tutto si ricompone. Al di là del fatto che Dolores abbia o no commesso l’omicidio, valeva la pena tratteggiare una narrazione e dei personaggi molto più ricchi di sfumature, molto più sporchi, senza farne angeli o demoni. Peccato.

Annotazioni: il regista di Jinpa Pema Tseden è anche uno scrittore tradotto in molte lingue, non l’italiano; è stato in concorso a Venezia anche nel 2015 con il film Tharlo. Ozen di Emir Baigazin fa parte di una trilogia dedicata ad Aslan ed è il capitolo conclusivo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *