Frères Ennemis è un film franco-belga diretto da David Oelhoffen. È in concorso a Venezia 75 ed è stato presentato alla stampa in una sala piena zeppa e in un clima piuttosto tiepido.

È un buon thriller, su questo non ci sono dubbi. E la storia è accattivante, calata nella periferia di Parigi e nel giro della malavita di origine algerina. Un mondo di grandi famiglie patriarcali, grandi rivalità e lotte per il controllo del territorio e del traffico di droga. Ancora più interessante è il rapporto che lega i protagonisti. Amici d’infanzia, cresciuti nello stesso quartiere ai margini, tutti i giorni a respirare quella vita di spaccio, crimine, solidarietà. Driss e Manuel sono così, quasi fratelli, dunque legatissimi e diversi, tanto da prendere strade opposte. Manuel resta in quel mondo sempre sul filo del precipizio, Driss se ne tira fuori per entrare in polizia, squadra narcotici. Tra loro un legame profondo e una distanza incolmabile che, improvvisamente, va in rotta di collisione quando Driss si ritrova a seguire il caso di un informatore ucciso durante un’indagine che coinvolge i traffici di Manuel.

Frères Ennemis

In effetti la trama è piuttosto contorta e conta poco raccontarla tutta. Ha molto più senso cogliere le strategie narrative di una storia adrenalinica e di stile, che però si perde in una certa ridondanza, un po’ di sentimentalismi e, infine, diventa prevedibile. Ci sono diversi pregi di regia, soprattutto nell’uso della macchina da presa sempre attaccata ai personaggi, un pedinamento che evoca l’ansia crescente e il procedere della storia verso l’inevitabile. Ho apprezzato il ritmo incalzante del montaggio che accompagna i movimenti convulsi dei protagonisti e sta in risonanza con loro. Non solo di Manuel e della famiglia allargata di cui fa parte, ma anche di Driss, uomo ombroso in perenne conflitto tra un’appartenenza lontana di cui non si libera e una scelta di vita che lo ha portato a combattere quel legame.

Dunque, storia e personaggi procedono attraverso equilibri precari che oscillano tra affetto fraterno e diffidenza. Vorrei dire che il film non ha sbavature ma, anche se gli attori sono molto bravi, la luce e gli ambienti efficaci – soprattutto nelle riprese esterne – manca qualcosa di originale, un taglio più crudo e affilato che avrebbe reso la storia quasi inattaccabile. Perché qui si parla di antieroi e dovrebbero avere un sapore romantico, sì, ma niente affatto retorico.

Anons

Piuttosto sorprendente invece il film turco Anons del regista Mahmut Fazil Coşkun, presentato in concorso nella sezione Orizzonti. Un racconto davvero pazzo e spericolato, ispirato a fatti reali, che mette a fuoco la complicata storia politica della Turchia e occhieggia al presente altrettanto complicato.

La vicenda si svolge in una notte del 1963. Mentre ad Ankara un gruppo di ufficiali dell’esercito tenta il colpo di stato, altri quattro a Istanbul occupano la sede della radio nazionale per annunciare il golpe. L’impresa sembra rocambolesca, ma è portata avanti con serietà inaudita nonostante una quantità infinita di imprevisti lungo la strada verso Radio Istanbul. Uccidono un tassista e un complice traditore e l’improvvisato autista che li accompagna lungo la strada deve consegnare il pane. Quando poi arrivano alla radio, in quel momento non ci sono trasmissioni, la sala annunci è chiusa a chiave e gli operatori che sanno metterla in funzione sono a casa. È notte, c’è un temporale, la luce salta di continuo e da Ankara non arrivano notizie.

Tutto appare surreale, compresa l’idea di una città che sembra senza abitanti, e il regista, nonostante abbia dichiarato di voler raccontare una storia senza essere sostenitore o oppositore di nessuno, mette una tale ironia nei personaggi e li disegna in modo così caricaturale da restituire lo scenario di una nazione persa nelle nebbie di se stessa.

L’effetto è dirompente, non solo perché si ride molto, ma soprattutto perché tutto questo Coşkun lo realizza con una strategia di ripresa follemente semplice. Il film è composto da molti quadri, tanti quanti sono gli spostamenti dei quattro annunciatori, e in ognuna di queste parti la cinepresa è fissa davanti a loro. Sono quasi assenti i movimenti di macchina e questa immobilità è in perfetta risonanza con la rigidità dei personaggi, dei loro corpi incuneati nelle divise, degli sguardi fermi, delle parole calibrate e dei silenzi. Per quanto paradossale, l’insieme di queste circostanze dà al film un dinamismo inaspettato. E quello che appare come un racconto statico, risulta infine travolgente.

Annotazioni: i protagonisti di Frères Ennemis sono Matthias Schoenaerts, attore belga che abbiamo visto in The Danish Girl (2015) e Reda Kateb, francese di origine berbera, tra gli altri ha lavorato con Wim Wenders. Anons è il terzo film di Mahmut Fazil Coşkun; il regista e gli attori erano presenti in sala, tutti applauditissimi.

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