È il film scelto dalla Biennale per aprire le porte della Mostra del Cinema.
Molecole di Andrea Segre, presentato fuori concorso ieri al Lido, tuffa gli occhi dentro Venezia, cercando di ricomporre una città smarrita e lo sguardo distante di un padre.

Segre si immerge nelle acque della laguna come in un liquido amniotico.

Le Molecole sono particelle, quelle che il padre del regista, scienziato, studiava. Soprattutto i radicali liberi, elementi che vivono spaiati, soli, e passano il tempo e lo spazio a cercare qualcosa di simile con cui stare.

Le Molecole sono anche le parti infinitesime che frammentano la città.

Venezia non è facile da capire, attraversare, conoscere. Lo dice Segre nel suo racconto fuoricampo, cucito su immagini silenziose e deserte, calme e brumose, tra calli e campi attraversati a fine febbraio, quando il mondo ha chiuso le porte.
Per lui un viaggio nel tempo, dentro una città sempre aggirata, fiancheggiata, osservata senza capirla.

A Venezia ci è nato e ci ha vissuto Ulderico, il papà, senza mai condividerla con il figlio, come tante altre cose.
Allora, esplorare a filo d’acqua questa terra fluttuante, diventa per Andrea Segre l’occasione per cercare quelle Molecole, particelle di vita scomposte che forse, nel tempo cristallizzato dal virus, possono rallentare un po’ e andare a fuoco.

Il film corre su binari affiancati, a tratti sovrapposti, sempre a ritroso sulla memoria del padre imperscrutabile e sulle curve della città colta in un’immobilità d’altri tempi.

Mentre aspettavo di entrare in sala, la scenografia della Mostra non era ancora del tutto assemblata, gli ultimi pezzi esitavano intorno ancora grezzi, smontati, in bilico. All’uscita, colpi di attrezzi e di lavori in corso.
Al ritorno, sul Canale della Giudecca, sfilava verso il Lido la chiatta con i camion della televisione.
In cima, le antenne roteavano come pale di elicotteri pronti al decollo.

Venezia 77
labiennale.org

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