Quando guardo il tempo scorrere davanti agli occhi, mi dimentico del mio.
La strana percezione del tempo è ciò che più distingue le persone, ed è anche ciò che più le tiene vicine.

Ieri mattina in Sala Grande mi sono dimenticata del tempo. Già ci aveva messo del suo il solito viaggio nella luce del primo mattino. L’aria fina teneva gli occhi appesi al paesaggio che scorreva al ritmo del battello e al suono della schiuma sullo scafo. Anche lì il tempo non era il mio, ma quello delle cose. E c’è un senso di leggerezza ad ascoltare il tempo fuori da sé.

La regista Emma Dante fa un film sul tempo. E a guardarlo si esce dai propri rovi, anche se la storia è dolorosa.
Le sorelle Macaluso, in concorso, fa scorrere la memoria sopra la vita di cinque donne, dall’infanzia alla vecchiaia.
Cinque sorelle sole, addossate una all’altra, madre una dell’altra. Vivono a Palermo, la più grande è donna fatta, la piccola un cucciolo in simbiosi con la natura.

Hanno una casa, un attico sfasciato in cima ad una periferia. Ma da lì vedono il mare. E il volo armonioso delle colombe che allevano in una specie di mansarda.
Con le colombe ci campano, le affitta un organizzatore di matrimoni, sfasciato anche lui, che le prende per fare scenografia (un tanto a colomba); poi, quelle se ne ritornano da sole alla mansarda. Con l’istinto.

Sono proprio le colombe a cadenzare il tempo della narrazione, i passaggi di vita delle cinque sorelle, dalla ruvida spensieratezza infantile, al crepuscolo rugoso, stanco ma resistente della vecchiaia. Emma Dante ha questo poetare granuloso e aspro che sembra stare appiccicato alla sua macchina da presa. E il film è una delle cose più dolci viste in questi giorni.

Poche annotazioni controverse su due film, sempre in concorso.
Laila in Haifa di Amos Gitai, mette in scena una notte, un locale ad Haifa, un incrocio di umanità che vorrebbe riflettere su appartenenze, senso della vita e dell’arte, ma ne esce una sorta di scena teatrale confusa e stanca. Peccato.
Notturno di Gianfranco Rosi è un lungo viaggio durato tre anni nelle terre di Iraq, Kurdistan, Siria e Libano. In un documento visivamente intenso (fotografia bellissima), il regista racconta vite, conflitti, dolori del Medio Oriente. Ineccepibile esteticamente, è però estenuante nel silenzio e nel lungo esitare su luoghi e volti.

Però, se penso al tempo fuori di me, al suo tenere le cose insieme, mi pare di comprendere il girovagare di Gitai e lo sguardo lento di Rosi.

Venezia 77
labiennale.org

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