Ci sono storie che durano tutta la vita eppure sono l’opposto della vitalità. Raccontano il disamore o un amore che non c’è mai stato. Parlano di un restare attaccati tenace, dispendioso, necessario.
I Lacci di Daniele Luchetti, quelli delle scarpe annodati in modo bizzarro, sono piccoli innocui fili nella vita delle persone, così resistenti, così stretti.
Il film fuori concorso della serata inaugurale è tratto dal romanzo di Domenico Starnone.

Ho smesso di chiedermi perché le persone restano dolorosamente insieme o perché si lasciano. Non ho neppure voglia di domandarmi di quale materia sono fatti i legami.
Perciò, se c’è una cosa che ho apprezzato del film di Daniele Luchetti è l’assenza di queste domande. Il primo “perché?” pronunciato era già senza risposte.

Nel matrimonio tra Aldo e Vanda contano i gesti, le assenze, gli sguardi, le cose fatte, dette e il loro contrario.
Il regista fotografa la vita di questi due, per gradi. E dà a ognuno il suo. A dire che non è mai facile assemblare le colpe come bancali di merce.
Per quanto difficili da guardare e riconoscere, sono più vere le sfumature, le paure che aleggiano sospese a mezz’aria e si distribuiscono senza un ordine.

In sala respiravo male, per via della maschera senza dubbio.
Perché Lacci è un buon film che racconta i nostri attaccamenti ostinati, silenziosi, distorti.
Pensavo al sole fuori posato su tutto, e all’aria sul viso che apre la pelle i polmoni il cuore.

Al cambio di spettacolo respiravo ancora male. Poi dallo schermo è uscita la storia di un uomo che perde la memoria, e tutto d’improvviso mi è parso lieve.
Mila (Mele) di Christos Nikou, film di apertura nella sezione Orizzonti, presenta un mondo dove l’amnesia profonda si è diffusa sottile e precisa tra le persone. Così, l’ospedale che le ha in cura attiva un programma di recupero per chi non è stato cercato, reclamato da nessuno. Aris si ritrova in una casa nuova, con una vita nuova e un compito: documentare con una Polaroid episodi, esperienze, incontri e così comporre un album di ricordi nuovi.

La cosa bella di Mila è l’atmosfera surreale eppure molto plausibile. Aris mangia mele e si muove in un mondo vero dove le solitudini si moltiplicano e il confine tra voler ricordare e dimenticare è sottilissimo, ma c’è.

Fuori, nella luce vicina al tramonto, l’aria era esile, sfuggente. Ho pensato che le cose piene di vita non sono necessariamente le più evidenti.

Venezia 77
labiennale.org

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