Il cinema consumato la mattina è una specie di ritorno alle origini.
È un movimento corposo. Infilarsi in una sala buia mentre fuori splende il giorno, l’orizzonte è lungo, il sole può solo salire e allargare gli occhi, è un gesto avvolgente, fra sé e sé, fra sé e una storia che qualcuno ci racconta.
La Mostra del Cinema ha scelto Madres paralelas di Pedro Almodóvar per aprire. Il film è in concorso per il Leone d’Oro e arriva dopo un girovagare del regista (l’anno scorso era a Venezia con il film breve The Human Voice, Jean Cocteau secondo Almodóvar) inaspettato, personalissimo, drammaticamente vitale.
Lui le definisce “madri imperfette”. Sentendo questa definizione difettosa, mi sono detta che madri così sono il sale del mondo: Janis, Ana e Teresa sono imperfettamente diverse. Ognuna di loro vive una maternità che, nel bene e nel male, arriva dal profondo. Non una condizione estatica e neppure necessariamente legata alla simbiosi carnale dell’utero, dei corpi che crescono all’unisono, del dolore indescrivibile del parto, della continuità fisica dopo, quando pelle, odore, nutrimento, tengono i corpi di madri e figli addossati.
La maternità è una condizione estrema anche quando il figlio non è tuo.
Janis e Ana partoriscono due bambine nello stesso momento. Teresa, madre di Ana, è una donna assente, concentrata su di sé, continuamente spinta da rimorsi e recriminazioni, ma in fondo convinta della sua distanza. Le loro esistenze intrecciate raccontano una vitalità tutta femminile quasi inattaccabile: un riconoscimento che ricorda quel movimento corposo di ritorno alle origini.
Almodóvar però allarga, o forse distrae, lo sguardo mettendo sullo sfondo un altro ritorno alle origini. Quello di un popolo, di una comunità che ancora sta facendo i conti con le ombre della guerra civile spagnola, con lo spettro di Franco e con i morti sepolti, spariti nel nulla, inghiottiti dalla terra.
Se essere madre è un viaggio di scoperta, conoscenza, spesso sconcertante e drammatico, ritrovare i propri morti, le radici familiari spezzate è un viaggio di rinascita. Questo a me pare ci dica Almodóvar.
Non so definire questo film. Non do etichette, non lo recensisco. Riconosco la macchina da presa e l’uomo che ci sta dietro. Riconosco il dramma, l’eccesso, l’ironia, il colore inteso come pennellate primarie che il regista sa dare. Ma non voglio perdermi nella comparazione, nelle riflessioni su quanto questo Almodóvar ha o non ha tradito sé stesso.
Detesto che un artista si debba sempre misurare con sé. È una pretesa di chi guarda, legge, ascolta. Non mi piace. Questo film è all’altezza del primo, del secondo o terzo Almodóvar? Non lo so. E perché un artista (regista, scrittore, musicista…) dovrebbe evolvere senza tradirsi? Non credo ci sia al mondo figura più volubile e fragile di chi crea un film, un romanzo, una partitura, un quadro.
Preferisco raccontare che stavo lì una dolce mattina di settembre, rannicchiata in una sala enorme, davanti a uno schermo enorme a guardare la storia di tre madri imperfette in una Spagna imperfetta.
Stavo bene.

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