“The Last Duel” di Ridley Scott,
con Matt Damon, Adam Driver, Ben Affleck, Jodie Comer

La Mostra del Cinema termina oggi.
Ieri l’ultima visione è stata Ridley Scott.
The Last Duel è fuori concorso, tra i lavori presentati nella vetrina delle opere che non competono ma hanno molto da dire.
152 minuti di film sono veramente scoraggianti. Non so mai se reggerò a durate di questo tipo, perciò cerco sempre un posto laterale per sgusciare via senza disturbare nessuno, in caso non resista.
Invece, com’è stato per Dune e per altri film in concorso, non mi sono accorta del tempo.
L’ultimo duello legale disputato nella Francia medievale, siamo nel 1300.
È un duello realmente combattuto e questa è una storia vera, raccontata nel libro The Last Duel: A True Story of Trial by Combat in Medieval France di Eric Jager e sceneggiata per il film da due dei protagonisti: Ben Affleck e Matt Damon.
Il regista Ridley Scott si aggancia a un fatto documentato che risale a sette secoli fa e regala ai nostri occhi una storia magnifica.
Non c’è solo il duello (quello che tutti abbiamo immaginato o visto rappresentato nell’iconografia medievale: due cavalieri, due cavalli possenti, le armature, le aste in resta, il palco d’onore, il popolo urlante intorno), c’è un intero mondo acerbo, oscuro e intriso di credenze dove valgono le regole dell’onore, del disonore, del diritto dei signori sui vassalli, dei mariti sulle consorti.
Nella storiografia sono documentati i nomi di Jean de Carrouges, di sua moglie Marguerite, di Jacques Le Gris e la storia che li ha portati al duello.
Jean e Jacques sono cavalieri al servizio del Re di Francia e prima ancora del conte Pierre d’Alençon: lui ha diritto di possesso sulle terre delle loro famiglie. Sono anche amici e compagni in tante battaglie combattute nel guado della Guerra dei cent’anni.
L’amicizia e l’onore si incrinano quando Le Gris diventa fedelissimo del conte e Carrouges perde le terre di suo padre (concesse dal conte a Jacques); infine si frantumano quando Jean sposa Marguerite.
Le Gris, che già si è preso molto, mette le mani su di lei e per dimostrarle uno strano tipo di amore, la stupra.
Marguerite, contro ogni legge non scritta ma praticata, dichiara l’oltraggio, chiede al marito di difenderla e con lui sfida il potere del Re e quello della Chiesa. Ed ecco l’ultimo Duello di Dio della storia di Francia.
È magnifica l’impalcatura che Scott dà all’intero film per raccontare la vicenda: gli eventi scorrono davanti a noi, prima attraverso gli occhi di Jean, poi attraverso quelli di Jacques, infine, la verità dei fatti è quella di Marguerite.
Dentro queste tre scie ripercorriamo i movimenti, le parole, le azioni dei personaggi e ogni volta il regista aggiusta il tiro, inserisce nuovi tasselli, spinge lo spettatore a riflettere sugli equilibri del potere, sempre inevitabilmente stabiliti dalla prevaricazione maschile.

Mi consola pensare che si tratta di una storia vera. Non per il fatto che è accaduta (vorrei che l’umanità avesse un passato più lindo), ma perché accadendo come milioni di altre volte, una donna nel XIV secolo ha tenuto testa al potere, ha rischiato la vita, ha visto un diritto riconosciuto.
Secondo la legge di Dio e del Re la verità di un fatto, di un diritto, può essere stabilita dall’esito di un duello: chi viene sconfitto mente e muore con disonore.
Se Carrouges perde la sfida con Le Gris, significa che Marguerite ha denunciato una falsa violenza, Jean muore, lei verrà denudata, legata sulla pubblica piazza, bruciata viva; se Jean vince, lei ha detto la verità e il disprezzo pubblico, lo scempio del corpo saranno per Jacques.
Ma sì, è il medioevo. Un tempo oscuro. Eppure, guardando questo film pieno di sfide, soprusi, poteri ingiusti, abissi sociali, assenza di diritti, settecento anni non mi sono sembrati così rilevanti.
Alcune oscurità sono vive, più che mai.

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