Olivia Colman in “The Lost Daughter” di Maggie Gyllenhaal

Una donna corre in automobile, l’aria è calda, i finestrini giù, la radio accesa. Sorride. È spensierata come la brezza che entra e esce dai suoi capelli. C’è un sapore lieve sul suo viso, il gusto di andare in un posto lontano.
L’incipit di The Lost Daughter (La figlia oscura è il titolo del romanzo di Elena Ferrante a cui si ispira il film) è un’inquadratura stretta e in movimento. La regista è Maggie Gyllenhaal, la protagonista una strepitosa Olivia Colman.
Anche Leda all’inizio è stretta in un mondo piccolo. Non lo vediamo, lo scopriamo poco a poco. Sappiamo che è in vacanza, in Grecia, da sola. Non ti aspetti l’universo fitto che un passo alla volta poi spunta fuori.
Leda insegna all’università letteratura italiana comparata, ha due figlie grandi e lontane, un sorriso dolce, gli occhi un po’ opachi. È convinta di essere arrivata in un piccolo paradiso solitario: lei, il mare, i libri, il lavoro arretrato steso sopra le scartoffie che maneggia con cura e gioia.
Ma dopo due giorni di solitudine e sole, arriva una grande famiglia chiassosa. Una famiglia larga, della quale Leda all’inizio nota solo una giovane madre con la sua bambina.
Il gioco all’indietro che da lì comincia è uno scavo profondo nel passato. Quello di Leda giovane ricercatrice universitaria appassionata, intenta a trovare spazio nel mondo accademico, con due figlie piccole tutte sulle sue spalle e un compagno concentrato anche lui sulla carriera.
Non so com’è il libro della Ferrante, confesso che non mi interessa molto. Il film però è costruito su tanti piccoli equilibri che solo a tratti si scompongono e rischiano qualche percettibile crollo.
Per lo più il pregio della storia, quella di una madre (anzi due, anzi tre…) imperfetta (le parole di Almodóvar continuano a risuonare dall’inizio del festival), sta nei movimenti minimi di Leda, nei suoi occhi che guardano tutto e attraverso il presente ritrovano il passato.
La regista dà spazio alla fisicità di Olivia Colman, alla quale basta pochissimo per restituire il mondo complesso di una donna che vuole essere, se non tutto, almeno molto. A provarci si spezzano tanti equilibri, si lasciano appigli, si resta soli.
La libertà spesso ha un sapore amaro. Un gusto doloroso che si stende dentro e da lì graffia.

“Competencia oficial” di Gastón Duprat e Mariano Cohn

Un pensiero per una pellicola che ha fatto risuonare la sala di risate gioiose, quasi liberatorie.
Competencia oficial di Gastón Duprat e Mariano Cohn è, si può dire, un’operazione di metacinema.
Un magnate spagnolo compie ottant’anni e vuole lasciare un segno indelebile di sé. Decide di produrre un film con il più grande regista e i più grandi attori sul mercato. Consigliato da chi ne sa, si ritrova a ragionare con Lola Cuevas (che impugnerà la macchina da presa) e i due divi Félix Rivero e Iván Torres, celebri ma di segno opposto: votato allo star system il primo, intellettuale di sinistra il secondo.
La “competizione ufficiale” che ne esce è da manuale. Penélope Cruz, Antonio Banderas e Oscar Martínez danno vita a un film nel film che sbatte in faccia a tutti noi la dimensione assurda, esagerata e sconnessa del fare cinema.
Minimale e allo stesso tempo meravigliosamente kitsch la costruzione scenografica. Bellissima la sceneggiatura. Affiatati ed esilaranti gli attori.

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