“Dune” di Denis Villeneuve

Fuori concorso c’è Dune di Denis Villeneuve.
Nel 1984 era stato David Lynch a portare sullo schermo il romanzo di Frank Herbert; un film con un destino strano: attesissimo (anche per l’eco della serie di libri scritta da Herbert) ma di scarso successo, è però rimasto fortemente attaccato all’immaginario.
La versione di Villeneuve è la prima di due parti (o forse più, chissà), e l’altra mattina ha riempito lo schermo con imponenza.
La fantascienza smuove i sogni, porta altrove, fa immaginare possibilità. È una fuga spudorata verso qualcosa che non c’è ma potrebbe esistere, in un altro universo, in un altro tempo. Perciò, quando guardo i film di fantascienza viaggio nel modo in cui fanno i bambini, con gli occhi sgranati e i desideri accesi.
Qui Arrakis, il pianeta desertico più ostico che si possa immaginare, ha un oro preziosissimo: una spezia che affiora dalla sabbia e muove l’economia dell’intero universo. Per lei si uccide, si rovesciano regni, si tagliano le teste ai sovrani. Nel tempo ha creato guerre, carneficine, tradimenti, desideri.
In fondo è la storia di sempre: economia, ricchezza, conquista del potere.
Figure aride come i deserti di Arrakis. Se il nucleo denso è sempre il dominio economico, in Dune le forze che lo contrastano hanno a che fare con il destino, con la resistenza di un predestinato, con l’aspetto magico dell’universo.
Le parole di Villeneuve nel commento al film raccontano l’esperienza profonda per realizzarlo:
“Il deserto ha i suoi modi per riportarti al tuo vero io, e liberarti delle abitudini marce. […] La natura era il mio Dio. Il silenzio il mio Spirito Santo. I venti della realtà spostano le sabbie, scolpiscono nuovi paesaggi, cancellano i punti di riferimento: ho pregato per evitare di perdermi”.
Cos’ha di speciale questo Dune? Al di là dell’imponente tecnologia per realizzarlo, della bellezza visiva, della dimensione avvincente.
Ha la potenza del pensiero. Ha la costruzione di personaggi ricchissimi di sfumature (non si ha la sensazione che siano tutti o buoni o cattivi): una percezione bellissima quella di vedere in ognuno un eroe e il suo contrario. C’è mistero, ambiguità, ci sono speranze ma anche terribili conclusioni.
E c’è Timothée Chalamet nella parte di Paul Atreides, erede del Duca Leto e forse predestinato a qualcosa. Lo nomino perché è un attore giovanissimo con una costellazione di ruoli da fuoriclasse nella sua carriera: da Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino a Lady Bird di Greta Gerwing, da Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen a Piccole donne ancora della Gerwing.
Vederlo in Dune è una bellezza. Insieme a lui sono perfetti Oscar Isaac (a Venezia anche nel film di Paul Schrader), Rebecca Ferguson e Charlotte Rampling.
Se è vero che il film è pieno di “sbrang” (come li chiamiamo nel posto dove lavoro), quel suono dirompente che risuona nei film pieni di azione quando una scena è all’apice o quando precipita un fendente, è anche vero che tra uno “sbrang” e l’altro viaggiamo sulla superficie di Arrakis alla ricerca della meravigliosa spezia capace di liberare la mente, sgraniamo gli occhi nel timore che un terribile e gigantesco verme delle sabbie emerga a ingoiare tutto, e speriamo che il pensiero libero e illuminato di Paul vinca sulla brama oscura, se non per sempre, almeno per un po’.
Toccherà aspettare Dune parte seconda.

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