Anamaria Vartolomei in “L’événement” di Audrey Diwan

Sabato si è conclusa l’edizione 78 della Mostra del Cinema di Venezia.
Ha vinto L’événement della regista e sceneggiatrice francese Audrey Diwan.
Se c’è una cosa che ha segnato questa biennale cinema è lo sguardo delle donne e sulle donne, con una attenzione intensa alla maternità.
Non so se sia una casualità o se ci sia un sentire diffuso emerso in questo tempo. Tra film più o meno riusciti e belli, ha iniziato Almodóvar con Madres paralelas, poi Maggie Gyllenhaal con The Lost Daughter, e ancora (anche se è un po’ un’occasione persa) Wilma Labate con La ragazza ha volato (sezione Orizzonti): storia di una maternità adolescenziale e violenta. C’è poi la potente figura femminile al centro della contesa in The Last Duel di Ridley Scott.
Ma in questa mostra le donne emergono in tanti altri modi. Figure più o meno centrali e centrate, spesso con un’aria risoluta e risolutiva. Penso a È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino premiato con il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, o a Competencia oficial di Gastón Duprat e Mariano Cohn, e ancora a Dune di Denis Villeneuve. Storie diversissime dove spiccano donne decisive.

Dunque, L’événement. L’ho visto ieri, acciuffato a cose fatte, con la consapevolezza quindi di guardare il Leone d’Oro.
È un bel film. Un film duro, vetroso, uscendo dalla sala mi è uscita la parola: crudità.
Nella Francia del 1963 una studentessa universitaria affronta il calvario dell’aborto clandestino. Siamo in un tempo in cui rinunciare a una gravidanza è reato penale. Nessun medico, nessun amico o conoscente ti sostiene se vuoi abortire. Anne resta incinta e non vuole diventare madre. Soprattutto non vuole diventare quello che tutte le donne inevitabilmente diventano quando hanno un figlio: una casalinga senza null’altro all’orizzonte. Anne studia letteratura, vuole laurearsi, desidera scrivere.
Il percorso per trovare un aiuto è difficile e dolorosissimo. Parlare delle sue intenzioni è già un atto illegale, sovversivo. Metterle in pratica una specie di follia. Il tempo di Anne è scandito da un conto alla rovescia che cadenza le settimane della gravidanza che avanza.
Più di tutto però, l’ansia e la sua solitudine sono marcate dalle scelte stilistiche della regista: il formato quattro terzi per l’inquadratura e una cinepresa che pedina a distanza ravvicinata Anne e tutti i personaggi intorno a lei.
Si sente l’umore claustrofobico della paura che diventa disperazione. Tutto è concentrato per lo più sui visi, sui corpi presi da vicino. Fatichiamo a vedere il paesaggio, un qualche orizzonte.
L’unica vera inquadratura che assomiglia a un totale è quella nelle aule universitarie, durante le lezioni. Quasi a dire che il respiro profondo, la possibilità di dilatare lo sguardo è in quello che Anne desidera: studiare e diventare una persona presente a sé stessa.
Si sente forte un grande senso di privazione: la sottrazione del proprio corpo, del proprio essere. Anne di fronte alla legge e alla società non è una persona in grado di autodeterminarsi. Lo stato e la morale dispongono del suo corpo e delle conseguenze.
Devo dire la verità, mi ha preso una sensazione orribile. Un sentire che non ha a che fare con “vorrei o no tenere un figlio”. Riguarda il fatto che, qualunque cosa vorrei, non posso essere io a deciderlo.

Per chiudere il cerchio di questa mostra, gioisco del Gran Premio della Giuria a Sorrentino. Sono confortata dal Leone d’Argento per la migliore regia a Jane Campion in The Power of the Dog (non l’ho visto, ma lo attendo, come attendevo da tanto il ritorno di questa regista straordinaria).
Felice per la Coppa Volpi a Penélope Cruz in Madres paralelas (il suo minimalismo è stato capace di affondare in un altro volto della maternità con grande talento). Mi riempie di gioia il Premio per la migliore sceneggiatura a Maggie Gyllenhaal per The Lost Daughter (un testo che l’attrice Olivia Colman ha saputo far splendere).
Infine, il Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente è andato a Filippo Scotti, protagonista di È stata la mano di Dio: bravo, intenso, naturale. Giovani attori così in questa mostra ne ho visti pochi.

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