Oscar Isaac in “The Card Counter” di Paul Schrader

Poi arrivano i pugni nello stomaco.
Ci pensa Paul Schrader con The Card Counter. Pugni vibranti tirati con convinzione e precisione.
Qui mi scappa di fermarmi sulle inquadrature, sulla durata delle scene, sul montaggio di immagini e suono: i passaggi (anche musicali) di scene e sequenze hanno una punteggiatura stesa con grande naturalezza, così morbidi da mettere poesia in questa narrazione ruvidissima, dura da digerire e magnificamente raccontata.
Insomma, mi piace Schrader (è quello di American Gigolo e di Affliction, per capirci). Ecco, lui è uno spirito libero e inquieto. Ha uno sguardo che va lontano e sprofonda.
Non sai mai cosa aspettarti. Ieri però in sala è scattato l’applauso preventivo sui titoli di testa, quando è comparso il suo nome sullo schermo.
È bastato poco perché affondassi nella poltrona. Comoda, nonostante i pugni che non hanno mollato mai. E ci speravo che non mollassero, perché The Card Counter è la storia di un uomo solitario con un viso di pietra. Lo senti subito che William Tell ha un passato furibondo e che qualcosa succederà. Soprattutto capisci che tutti i pesi nascosti dentro, verranno fuori bene. Schrader e Oscar Isaac, bravissimo nella parte di Tell, cuciono un dramma tesissimo e in quella trama ci cadi dentro, dritto come un fuso.
William gioca d’azzardo, la sua vita è un continuo, ritmato, monotono viaggio, di città in città, di casinò in casinò. È metodico, per vincere conta le carte secondo un calcolo preciso e perverso, senza esaltazione e senza esitazione. Sta sulle sue, nell’ombra, sfuggente e silenzioso.
Poi però arriva Cirk, un ragazzo che lo riporta indietro, ai macigni che ha dentro. Parla Cirk, gli ricorda che lui e suo padre lavoravano nelle squadre dei militari USA, quelle che fanno gli interrogatori ai prigionieri in posti come Guantánamo. Loro erano ad Abu Ghraib, la prigione di Bagdad. Per le torture inflitte ai prigionieri Tell ha scontato otto anni di carcere, il padre di Cirk si è suicidato. I comandanti, invece, quelli che decidevano tutto, compreso il maggiore che coordinava il lager (un altro uomo di pietra, Willem Dafoe), hanno vite privilegiate, onori e carriere all’apice.
Da quando arriva Cirk dall’animo di Tell sale su un tifone. Un tifone arginato dal suo corpo di pietra e da una specie di saggezza apparente che per un po’ ti conforta.
L’implosione progressiva dei personaggi avviene in modo preciso, armonico e inevitabile. Avviene anche grazie a quelle inquadrature e al montaggio melodioso come un solfeggio.
La sensazione esaltante che si produce è quella di procedere lungo un dirupo.
Schrader maneggia con cura le palpitazioni dello spettatore, gioca, distrae, confonde. Ma lo fa lentamente: senti che lo schianto arriverà, però la storia procede per passi minuti e ti pare che gli eventi siano insignificanti.
E mentre guardi, speri che la tensione tenga, che la storia ti accompagni nel baratro, così come il regista lo ha pensato e voluto. Lo speri gioiosamente.
Il procedere lento della tempesta ha come contrappunto lo scenario: i casinò, i ménage del gioco, il chiasso rutilante delle sale, i visi dei giocatori (concentrati, agitati, compassati, disperati, a seconda del vortice che hanno preso), i motel tristi, gli arredi anonimi che Will ricopre di teli bianchi.
In questo caos triste Tell è piantato come una roccia. E nel frattempo, dentro, quietamente implode.
Noi con lui.

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