Un anno fa su Venezia si è stesa la seconda acqua granda di sempre. Un evento che ha inciso segni profondi sulle pietre e sull’animo delle persone.
Maria Elisa Chiorboli, fotografa, stende sulla pagina un piccolo diario delle ore e dei giorni che a novembre 2019 hanno tenuto Venezia in un limbo d’acqua.
Lo proponiamo in due puntate, con le parole e con gli scatti della sua macchina fotografica.

Venezia, celebrata in tutto il mondo per la sua magnificenza, da sempre meta di artisti e terra d’approdo di viaggiatori provenienti da ogni angolo del mondo. Un patrimonio culturale ed architettonico unico nel suo genere, purtroppo già da tempo a grave repentaglio se non si agisce in una prospettiva di conservazione.
I problemi da affrontare con dovuta urgenza non sono di certo una novità odierna. La realtà più drammatica è che irrimediabilmente vengono differiti fino a quando un’altra emergenza non li riporta sulle news locali ed internazionali.

L’acqua granda della notte tra il 12 e 13 novembre dello scorso anno, si annovera come la seconda più alta di sempre con i suoi 187 cm, dopo quella del 4 novembre del 1966 con 194 cm sul livello del medio mare.

Mercoledì 13 novembre 2019 – Dopo 53 anni, nello stesso mese, come in un copione già scritto, si ripresenta la drammatica scena di una città sommersa dalle acque della sua laguna, quasi una visione apocalittica in cui le calli scompaiono tra i canali, i ponti emergono solitari in mezzo ad un mare di acqua grigia e le porte dei palazzi sono sbarrate nel tentativo di respingere ciò che si insinua anche attraverso le fessure più sottili. Le tubature di qualsiasi genere diventano condotte inesorabili e l’acqua filtra anche dalle prese elettriche.

Iniziano giorni d’incubo per i veneziani, abituati a convivere con l’acqua alta, ma non così tragicamente alta da superare i rialzi, divenuti parte integrante delle loro abitazioni e dei loro negozi. Il suono delle sirene scandisce i ritmi della giornata che sembra interminabile. Si continua a spazzar via acqua, ma inesorabilmente la si vede tornare poche ore dopo.

I racconti dei residenti diventano testimonianza di una storia per cui non servono tante parole, rimangono invece la rabbia e l’indignazione per ciò che non si è fatto in tanti anni di attesa inutile.

Chi ha il coraggio di parlare, narra che nella notte del 12 novembre il vento sferzava ovunque, anche nelle calli più strette. Veniva acqua dal cielo, mentre quella dei canali invadeva ogni spazio, spinta da raffiche di burrasca. Era tutto minacciosamente nero, nel buio totale ed assordante di uno scroscio violento come non mai.

Alcuni turisti imprudenti rimasti all’aperto han disperatamente cercato aiuto. Le loro urla disperate son state inghiottite nel rumore della pioggia e delle cose che sbattevano ovunque.

Tanta paura per quest’evento inusuale.
Solo alle luci dell’alba si è usciti alla conta dei danni, con gli stivali fino quasi al petto.

Uno scenario drammatico con danni ingenti per l’economia e per il patrimonio storico di enorme valore in ogni angolo della città. La disperazione di chi ha perso la propria attività non ha nulla a che vedere con lo stupore dei turisti, quasi divertiti a camminare scalzi nell’acqua oppure intenti ad immortalare sé stessi in un selfie con lo sfondo di una città sommersa.

Venezia, esuberante nella sua bellezza, ma vulnerabile sotto la pioggia battente. Fragile agli eventi, ma determinata nell’animo caparbio dei suoi abitanti, feriti ma pronti a rialzarsi.

Imbarcaderi distrutti, gondole infilate nei vicoli, colonnati divelti dalla furia delle acque. La storica edicola delle Zattere finita sui fondali. Negozi inondati, quintali di mercanzie irrecuperabili dopo il bagno nella salsedine, libri fradici, opere storiche rovinate… Questo lo scenario immediato, che non tiene conto dei danni a lungo termine alle costruzioni già sottoposte a dura prova dall’inquinamento, uno dei maggiori responsabili dell’erosione.

Continua… 

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