Viviamo in una società incattivita, caratterizzata dalla globalizzazione dell’indifferenza o, peggio, dalla globalizzazione dell’odio verso il povero e il diverso, e addirittura dalla criminalizzazione della bontà”. E’ quello che sostiene Alberto Degan, e che stava nel risvolto di copertina di un suo libro del 2019 dal titolo Educare alla profondità e alla bellezza, pubblicato da Apogeo nella collana èstra. E ancora: “In questo contesto, molti non credono più nella possibilità di costruire un mondo umano, e si rassegnano alla paura, all’insensibilità, a un mondo senza bellezza“. Alberto Degan, fratel Alberto, missionario comboniano originario del nostro territorio, è da qualche tempo in Ecuador, dopo aver operato in Italia e in Colombia. E dal Sudamerica invia periodicamente, a chi le vuole leggere, delle lettere lunghe e appassionate, che raccontano la sua esperienza di vita nel “mondo alla fine del mondo”. Una di queste è arrivata qualche giorno fa anche alla nostra redazione e la vogliamo qui riproporre.


La Passione dell’uomo

Anni fa una giovane mi ha detto: A me sembra che chi non crede in Dio e cerca di godersi la vita come meglio può, vive meglio di me, senza tanti tormenti su come costruire un mondo più consono alla volontà di Dio. E’ più o meno lo stesso interrogativo che si pone Vito Mancuso in un suo famoso libro: Ma questo mondo merita di essere amato, merita che io spenda la mia vita per lui?
E qui si insinua un dubbio: non è meglio – di fronte all’indifferenza, alla logica del profitto di pochi che prevale sul diritto alla vita di tutti – accettare la realtà e concentrarci unicamente sul nostro benessere individuale e familiare? Vale la pena lottare per rendere questo mondo più bello e più umano, sapendo che una vita dedicata a questo implicherà necessariamente sofferenza e incomprensione? E magari non riusciremo nell’intento?
Da un lato siamo consapevoli dell’ingiustizia dilagante e di quanto siano forti quei poteri su cui si regge questo sistema ingiusto, e dall’altro continua ad agitarsi nel nostro cuore il desiderio di una vita piena, bella, giusta, umana, per tutti. La discrepanza fra la realtà e questo anelito interiore che non ci lascia in pace produce quell’energia che chiamiamo passione. E dunque, è ragionevole seguire questa passione del cuore? È ragionevole ascoltare questa sete della nostra anima e impostare la nostra vita sulla ricerca della bellezza e della giustizia? O è tutto una pia illusione e un inganno?
La Bibbia è la storia di donne e uomini appassionati, che non si sono accontentati della mediocrità e hanno creduto all’anelito profondo del loro cuore. Quando uno sente questo contrasto tra cuore e realtà, l’unica cosa da fare è… mettersi in cammino. Tutti i grandi patriarchi della Bibbia – Abramo, Giacobbe, Mosé, ecc. – sono persone irrequiete, appassionate, che si sentono quasi obbligate a migrare, per sfuggire a situazioni di insoddisfazione, di povertà, di schiavitù e di ingiustizia, e per rispondere a una promessa di Dio. La Pasqua (ebraica) ha origine in questa irrequietezza del cuore dell’uomo e del cuore di Dio.

La Passione di Dio

Sì, perché il primo cuore irrequieto è proprio quello di Dio: “Il Signore disse: ‘Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido causato dai suoi oppressori; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso una terra bella e spaziosa…’ ” (Es 3,7-8).
La Pasqua ebraica – su cui poi si innesta la Pasqua cristiana – è una celebrazione dell’amore appassionato di Dio. E’ un Dio che trasforma tutte le acque dei fiumi d’Egitto in sangue, fa invadere il paese dalle zanzare, dalle rane e dalle cavallette, un Dio che crea un sentiero asciutto in mezzo alle onde; insomma, un Dio appassionato, che ricorre a qualsiasi mezzo e che le pensa tutte, pur di liberare il suo popolo.
Dio vede la miseria dei suoi figli ridotti in schiavitù, e conosce le loro sofferenze. Non si tratta di una conoscenza scientifica a livello di dati e statistiche. Nella spiritualità biblico-semita ‘conoscere’ significa condividere, entrare in comunione, abbracciare l’altro. Dio ‘conosce’, cioè, entra in comunione con il suo popolo, condivide le sue sofferenze e le sue speranze. Per questo decide di scendere. E per ‘scendere’ Dio ha bisogno di profeti, ha bisogno di noi.
La missione che Dio affida a Mosè è far uscire il popolo da quella terra di schiavitù incamminarlo verso una terra bella. Quando Dio si rivela, dunque, non è per trasmetterci una dottrina o un dogma ma per abbracciarci, e per darci una buona notizia: Sono sceso per liberarvi. Dio ci informa che sta lottando al nostro fianco: trasformerà la situazione di oppressione che stiamo vivendo e ci porterà verso una terra bella. Penso che questa promessa di Dio oggi, più che mai, riscalda i nostri cuori. Da tempo, infatti, abbiamo perso il senso di andare verso qualcosa: in molti casi ci rassegniamo e ci fossilizziamo in una tana di mediocrità; mentre Dio vuole svegliarci per condurci a una terra bella, e continua a sognare per noi un futuro di pienezza. Più che mai in questo periodo di pandemia, Dio ci invita a continuare a inseguire la Bellezza, e a coltivare il sogno che sarà possibile – a partire dalla nostra comune situazione di fragilità – costruire una nuova solidarietà e fraternità.
Come dice Jean Marc Elà, è impossibile conoscere Dio senza coinvolgerci nella Sua missione di abbracciare l’umanità oppressa e trasformare il mondo, è impossibile conoscere Dio senza condividere e vivere la sua sete di Bellezza.
Non ci sarebbe nessuna Pasqua se Dio non scendesse e abbracciasse il suo popolo attraverso i profeti, e attraverso Gesù. Anche per noi, non ci sarà nessuna Pasqua se prima non scendiamo in mezzo al nostro popolo, per cercare insieme il cammino verso la Terra bella.

Camminando con la gente di Guayaquil

Quanta differenza tra le foto che vedo in facebook e le ‘foto’ della realtà! Prima di arrivare a Guayaquil, avevo visto su FB tante foto di Aleiver, un giovane afroecuadoriano, assieme alla moglie e alle tre figlie. Sono davvero una famiglia bella, una famiglia felice. Ma quello che mostrano queste foto è solo una parte della realtà. La realtà fuori di FB è che Aleiver lavora 13 ore al giorno, da lunedì a sabato, e non riesce a trovare neanche un momento per venire al nostro Centro Afro. La domenica la dedica a riposare, a dormire e a stare un po’ con le figlie, scattando anche qualche foto.

Lo stesso mi dice José, un giovane che faceva parte del gruppo rap di Lirica Oscura. Lavora in una impresa empacadora, 13 ore al giorno. In teoria avrebbero 10 giorni di lavoro continuati e 4 giorni di riposo, ma in realtà hanno 11 giorni di lavoro continuato e un solo giorno di riposo. “E’ un ritmo di lavoro massacrante”, mi confessa José. “Io lo faccio solo per i miei tre figli”. José, nel suo unico giorno libero, ha voluto venire a trovarmi al Centro Afro: “Fratel Alberto, tu sei parte della mia storia. Tu hai saputo valorizzare le nostre canzoni e i nostri sogni. Io non voglio arrendermi, e nonostante tutto continuo a cantare, a sognare, a lottare. E adesso che sono adulto voglio fare qualcosa per i giovani”.
Ma Almeno Aleiver e José hanno un lavoro, un lavoro ‘fisso’! Quelli che non lavorano, o fanno solo qualche lavoretto informale, stanno peggio: ogni giorno lottano per la sopravvivenza della loro famiglia, una lotta che si è fatta molto piú difficile in questo tempo di pandemia.
E poi, come se non bastasse la povertà, c’è il problema della violenza, che colpisce soprattutto i quartieri più poveri. Luis, un giovane che cerca di sopravvivere con qualche lavoretto informale, ha difeso la sorella dal marito – Jeremy – che l’aveva pugnalata, e si è ritrovato a dover affrontare tutta la banda del cognato, e quindi è dovuto fuggire in un’altra zona del paese, assieme alla sorella e al papà. Una settimana dopo, la sorella di Jeremy – Belén – a sua volta è stata picchiata e minacciata dal marito, e si è dovuta rifugiare lontano, a casa di una zia, con i tre figli.
E che dire della signora Hilda? Aveva un figlio unico, Kenny, una delle prime persone che io avevo conosciuto a Guayaquil, 20 anni fa. Ebbene, due mesi fa Kenny è stato ucciso con quattro colpi di pistola, lasciando orfani due figli.
A volte penso che c’è qualcuno che non vuole risolvere i grandi problemi dei quartieri periferici, perché a molti fa comodo che i poveri vivano in questa situazione di continua emergenza e precarietà. Perché finché vivono questa situazione, come possono avere il tempo di riflettere con calma su quale futuro vogliono costruire? Come possono trovare il tempo e la lucidità necessaria per aprire spazi di impegno e lotta comunitaria?
Eppure, anche nelle zone più povere, ci sono mamme e papà afro che si impegnano per i bambini e i giovani del loro quartiere. E con loro organizziamo palenkes infantili e giovanili: luoghi di incontro che, in mezzo ad una realtà segnata dalla povertà e dalla violenza, promuovono momenti di interazione comunitaria, in cui giovani e bambini sono invitati a riflettere sulla realtà del loro barrio e a scoprire e valorizzare i propri talenti.
Inoltre, fra una settimana, terremo la prima riunione della Pastorale Familiare Afro, uno spazio di incontro tra giovani coppie, finalizzato da un lato a consolidare la relazione tra i coniugi e dall’altro a rafforzare la solidarietà tra famiglie.

‘Basso-vivere’ e ‘super-vivere’

Nell’ultimo incontro di Pastorale Giovanile Afro, dicevamo che non possiamo limitarci a sopravvivere, accettando passivamente quello che ci offre questa società disuguale e ingiusta. Perché quello che noi chiamiamo ‘sopravvivere’ in realtà è un ‘basso-vivere’, è un vivere molto al di sotto di quelli che sono i sogni di Dio per i suoi figli. Siamo invece chiamati a ‘super-vivere’, a continuare a sognare, a incontrarci, a organizzarci, per costruire un cammino che ci porterà verso la Terra Bella che Dio ha preparato per noi.
E così, anche in mezzo a situazioni di ingiustizia e violenza, ci sono tante persone – come Elías, Carlos, Karen, Jordan – che non si rassegnano e ci danno l’esempio di come è possibile vivere una vita bella di amore e impegno, una vita ‘super’, pur in  mezzo a contesti tanto difficili.

Buon cammino quaresimale in preparazione alla Pasqua!,

fratel Alberto.


Di Alberto Degan Apogeo Editore ha pubblicato nel 2019 il libro Educare alla profondità e alla bellezza. L’autore considera questo suo libro “una proposta di spiritualità laica, nel senso che – partendo dal mio essere cristiano – mi rivolgo comunque a tutti gli uomini e a tutte le donne che soffrono di fronte alla disumanizzazione dei rapporti interpersonali e sociali e che vogliono impegnarsi per custodire e vivere in pienezza la bellezza della nostra umanità”.

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