L’idea è quella di diffondere la lettura della nostra rivista ad un pubblico nuovo e lontano, l’azione consiste nel lasciarla in luoghi pubblici accompagnata da una lettera che consiglia di leggerla e poi lasciarla in un altro posto ancora, così da consentirne la lettura ad altri. Il messaggero è Chiara.

Sono in treno. Ho comprato all’edicola due copie della rivista REM che adesso porto nello zaino. Una è per me, l’altra la voglio lasciare in giro, vagabonda, in balìa del viaggio e della prima persona curiosa che vorrà sfogliarla o portarla via con sé.

È mattina presto e seduta davanti a me una signora parla al telefono ad alta voce. Le persone che sul treno parlano ad alta voce, attorniate da altre persone che magari desiderano anch’esse parlare, o leggere, od osservare ciò che capita, non sono una sorpresa. Intendo dire che non è una novità, ed è desolante constatare come non sempre sappiamo tenere in debito conto la presenza degli altri. Ne ho un esempio ogni volta che ci salgo, sul treno: le porte si aprono, la logica vorrebbe (prima ancora della buona educazione) che i passeggeri in arrivo potessero scendere prima che salissero quelli in partenza. Invece la gente si ammassa, occupa spazi, qualche volta travolge, con una foga tanto insensata quanto sgradevole.

La signora adesso parla a voce sempre più alta, mentre il treno accenna a fermarsi per l’imminente sosta alla stazione di Padova. Un signore le si avvicina chiedendole di spegnere la luce della torcia del telefonino che, inutilmente accesa, colpisce dritta dritta la lente dell’occhiale dell’uomo impedendogli così di leggere il giornale. “Spenga la luce” le dice “che le si scarica la batteria”. La donna non lo ascolta, fa cenno di sì ma non ha compreso, gli volta le spalle, lo ignora, non spegne la luce. Il treno si ferma, i pendolari in coda per scendere non aspettano che la fila scorra ma irragionevolmente si accalcano e spingono. La scena appare ancora più indecorosa perché tutti portiamo delle mascherine sul volto e dovremmo avere ormai compreso quale ne sia la motivazione ed imparato a mantenere le distanze. Ma le uniche distanze che ci preme mantenere sono quelle interpersonali. A quel signore questo aspetto non sfugge e deve averlo esasperato per bene perché torna a sedersi ma non smette di parlare, e lo fa da solo, rivolgendosi però a tutti: “Le ho dato un consiglio! Ma non era richiesto, e perciò… Il consiglio lo ascoltiamo solo se ci va e lo chiediamo a chi ci conosce, solo allora è un buon consiglio. Però se è uno sconosciuto a darlo, allora no, non ci interessa, eh no, non è richiesto! Ma dico io, se viene da uno sconosciuto a maggior ragione sarà autentico!”

“Ma sì, continuiamo a isolarci dagli altri” prosegue “e però poi alla sera, quando torniamo a casa, tutti dietro al cellulare, a fare i socievoli da dietro uno schermo!”

Sono stupita. È da qualche tempo che vorrei fare come ha fatto lui, alzare la voce per ciò che non va, essere più reattiva, arrabbiarmi di fronte a ciò che mi ferisce invece che lasciare spazio alla riflessione, alla remissività, alla vergogna. Avrei voluto stringergli la mano.

La maggior parte delle persone adesso è scesa, posso riprendere lo zaino, metterlo sulla schiena e incamminarmi senza affanno verso l’uscita. E’ allora che afferro una delle due copie di REM e la porgo al mio eroe del giorno.

“Grazie, molto gentile” mi dice, con lo stesso tono concitato che ha usato finora, e così nemmeno sono certa di avergli fatto piacere!

REM esiste proprio per il desiderio di mettersi in relazione dialogando di cose belle. Sono felice che il primo #remlibero abbia viaggiato su un treno che, almeno per qualche minuto, ha saputo andare controcorrente.

Chiara Galdiolo

REM è una rivista pubblicata due volte l’anno dal 2010. Il 24° numero è in tutte le edicole della provincia di Rovigo e in alcune librerie. Si può acquistare online qui. Si può trovare dove Chiara ogni tanto l’abbandona.

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