Tornano gli “Sguardi” di Vainer Tugnolo. Il suo, limpido e denso, continua a gironzolare un po’ sul territorio, un po’ tra le pagine e le impressioni di scrittori e registi. E in queste escursioni curiose e riflessive Vainer apre porticine segrete, oppure spalanca grandi finestre che puntano lontano nel tempo, nell’immaginazione, nelle parole. Qui, tra le pagine di Giorgio Manganelli e di Ermanno Cavazzoni, passeggiamo gioiosi alla ricerca di una risata.

La prima osservazione, incontrovertibile, è che Ermanno Cavazzoni ha scritto Il poema dei lunatici.
La seconda osservazione, altrettanto indiscutibile, è che Giorgio Manganelli è l’autore dei testi raccolti in Concupiscenza libraria.

Avevo letto più o meno le prime 50 pagine del Poema dei Lunatici quando ho acquistato il libro di Manganelli in una bella e nuova edizione Adelphi color rosso mattone. 
In mezzo alle erudite, tanto note quanto temute, recensioni letterarie dello scrittore milanese, trovo subito a pag. 296, grazie a un colpo di fortuna, quella riguardante Il poema dei lunatici.
E leggo dei dubbi di Manganelli sul rischio del patetico, e sull’insidia dell’imitazione, delle sue perplessità sul linguaggio di Cavazzoni che suona come un metallo fragile… incertezze che svaniscono, tuttavia, a pag. 89. Perché arrivato lì, Manganelli, scoppia sonoramente a ridere, e smette di dubitare.

Felice che mi mancasse veramente poco, a mia volta, per arrivare a pag. 89, ho dovuto poco dopo arrendermi di fronte al fatto che la mia nuova edizione del Poema (La nave di Teseo) non poteva certo avere la stessa numerazione del testo usato da Manganelli.

La prima edizione del libro di Cavazzoni è una Bollati Boringhieri del 1987 e anche concedendo che Manganelli avesse letto l’edizione del Club degli Editori del 1990, facendo due conti, avrebbe potuto cominciare a ridere più o meno a pag. 94. O addirittura, sempre con un certo margine di errore, a pag. 99 nel caso avesse utilizzato l’edizione Feltrinelli del 1996 (cosa da escludersi visto che le nuove pubblicazioni si tende a recensirle alla prima uscita).
Ad ogni modo leggendo la mia edizione de La nave di Teseo ho cominciato a ridere a pag. 62 quando il tipo calvo fa capolino dal rubinetto, mentre a pag. 89 non mi è accaduto assolutamente nulla e ho continuato a leggere senza sussulti fino a pag. 97 quando avrei voluto, invece, abbracciare il becchino, il Sig. Pigafetta.

Quindi rimane un mistero se Manganelli abbia cominciato a ridere esattamente quando è capitato anche a me. Molto più probabilmente quando ho iniziato io Manganelli era ancora in preda ai dubbi, non sapendo dove Cavazzoni volesse andare a parare. E quando mi concentravo cercando di intravedere più lucidamente i contorni dei nuovi, strani mondi che il Poema ti consente di esplorare, ecco che Manganelli, immagino, con palese e manifesta soddisfazione, da quei mondi aveva già fatto ritorno.

Se a questa robusta incertezza, del tutto personale, aggiungete il comprensibile dubbio di preferire, in questa strana primavera di semilibertà, il sarcasmo della concupiscenza manganelliana o i lunatici del picaresco Cavazzoni, allora potete sempre fare una scelta imprudente che tuttavia potrebbe togliervi d’impiccio: prendere entrambi i libri. E leggerli.

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