Per motivi che non conosco, certamente riconducibili a qualche algoritmo, lo smartphone mi propone con una frequenza inquietante notizie e informazioni pruriginose su Wanda Nara. Snocciola le sue perle di saggezza degne dell’Accademia del Cimento e pubblicizza le sue curve mozzafiato con foto più o meno velate. Non nego che si tratti di una donna molto bella, ma per risvegliare il mio interesse Wanda dovrebbe trasferirsi nel residence dove abito, venirmi a chiedere il sale in baby-doll e magari trovarmi irresistibilmente affascinante. Ipotesi non impossibili, ma obiettivamente piuttosto remote. Vien da chiedersi quale sia la ragione per cui questo algoritmo si accanisca a propormi temi sostanzialmente poco interessanti, a volte addirittura noiosi. Forse sono diventato il destinatario di tanta saggezza perché quando giocava nell’Inter, ho seguito le vicende di Icardi, il consorte dell’Ape Regina. Altri algoritmi (ma forse è il medesimo, perdonate l’ignoranza!) mi aggiornano sui dettagli della dipartita di Elisabetta Seconda, inclusi i pettegolezzi sull’aplomb più o meno adeguato dei partecipanti alle esequie solenni. Potrei aggiungere gli annunci ammiccanti sulle criptovalute in grado di arricchire immediatamente anche gli imbecilli, le richieste di amicizia da parte di improbabili veneri esotiche che non aspettano altro che di cadere tra le mie braccia o le folgoranti rivelazioni relative alle automobili che con 2 litri d’acqua possono percorrere 1.000 km, scoperte sensazionali tenute nascoste dall’establishment e dalle multinazionali del petrolio.

È il risultato della profilazione, un termine odioso mutuato dai guru del marketing, un processo secondo il quale noi non siamo altro che soggetti consumatori, prede delle quali è utile conoscere consuetudini, percorsi, preferenze alimentari e abitudini sessuali: così i cacciatori possono aumentare le loro probabilità di successo.

L’ultima volta che ho comprato un’auto mi sono imbattuto nello spettacolo triste costituito da una pletora di venditori sgradevoli: uomini non giovanissimi che si rendevano inconsapevolmente ridicoli sfoggiando pantaloni troppo corti con tanto di risvoltino di ordinanza, mocassini antigienicamente indossati senza calzini, abbronzature alla Carlo Conti, dialettica sintatticamente disastrosa e che comunque non volevano vendermi l’auto senza un finanziamento. Volevo pagare con un bonifico l’intero importo e loro si stracciavano le vesti e mi spiegavano che non mi conveniva ostentando sorrisi alla Matteo Renzi.

Ho pensato che questo disagio fosse la prova indiretta che “sono vecchio”… ma se il nuovo, se il mondo moderno in cui sono comunque inserito si basa su questi meccanismi, dubito che si tratti effettivamente di progresso, l’evoluzione rischia di trasformarsi in involuzione. Ma in realtà, cosa significa “algoritmo”? Il termine riguarda la matematica, deriva dall’appellativo arabo al-Khuwarizmi (lett. “originario della Corasmia”) attribuito allo studioso del 9° secolo Muhammad ibn Musa, e oggi designa genericamente qualsiasi schema o procedimento sistematico di calcolo (es. l’algoritmo euclideo delle divisioni). Ma quand’è che si è iniziato a pensare che un calcolo sistematico buono per i processi e le valutazioni scientifiche potesse applicarsi all’uomo? E soprattutto quando si è deciso che gli algoritmi fossero il sistema più adatto ed eticamente accettabile per conoscere, regolare, persuadere e motivare i comportamenti umani? La Divina Commedia o la Cappella Sistina sarebbero venute così se Dante e Michelangelo avessero applicato un algoritmo? E la genialità? Quella non serve più: è in netto contrasto con il concetto stesso di algoritmo.

E allora gli algoritmi decidono per noi, virtualmente accontentano tutti, secondo me non accontentano nessuno, almeno non completamente. Quanto sale va nel ripieno dei tortellini Rana? Quali sono i post che posso/devo vedere su Facebook? Qual è la suddivisione perfetta delle tinte con cui verniciare le automobili? E come potrò scegliere la partner ideale? L’algoritmo funziona, cribbio, (cito volutamente un politico di razza!) e poi ha un grande vantaggio: non servono psicologi, sociologi, studiosi o esperti. Basta un imbecille qualsiasi che sappia premere un bottone.

Poi però mi guardo intorno e vedo un sacco di persone incazzate, infelici, rancorose e disperatamente alla ricerca dell’apericena perfetto. C’è qualcosa che non mi convince.

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