La poesia di Goffredo Parise
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Goffredo Parise … tuffiamoci ora nell’uranio

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Goffredo Parise  … tuffiamoci ora nell’uranio

Fu il ramarro e non tu

smunta formica

a udire le sirene

 

Del Parise poeta, si ricorda molto poco, o nulla. D'altronde lui stesso detestava la parola poesia. A dire il vero, per definire la sua produzione, non amava neanche il termine letteratura. Gli piaceva di più parlare di “Arte”.

E la sua arte fu certamente la prosa. Nella nostra tradizione recente, forse, il solo Moravia può considerarsi un prosatore “puro” quanto lui.

 

Era diciannovenne quando nel 1948 fece leggere a Neri Pozza, l'amico editore, una parte di una composizione dal titolo I movimenti remoti. A Pozza la cosa non interessò e Parise, immerso nella scrittura del suo romanzo d'esordio, Il ragazzo morto e le comete, si dimenticò di quei versi giovanili. Anzi, li smarrì proprio.

 

Però, fra la primavera e l'estate del 1986, durante i suoi ultimi mesi di vita, ormai gravemente malato, lo scrittore si dedicò alla poesia, quasi volesse saldare un conto aperto quasi quarant'anni prima. Ma non fu una scrittura, si trattò di una dettatura. Dettò a due donne: Giosetta Fioroni, sua compagna dal ‘64, straordinaria pittrice, e Omaira Rorato, un’amica. Trenta poesie, dove Andrea Zanzotto colse “tempestività e inevitabilità totali”. Poesie che furono pubblicate da Rizzoli nel 1998. Un’edizione (ormai introvabile se non nelle librerie antiquarie) con carta pregiata, rilegata in stoffa rossa e dove, dopo i trenta testi, si apre una sezione finale di immagini che ritraggono Parise in vari tempi e luoghi: da Vicenza ad Harlem, con Lucia Bosè a Milano dopo la pubblicazione de Il prete bello, con Pasolini e Laura Betti a Roma, dal Vietnam del Sud, durante una battaglia, a Mosca con gli astronauti, da Cortina a Salgareda, un piccolo borgo sul Piave, dove visse gli ultimi suoi dodici anni e che rappresentò per Parise il "ritorno", l’approdo ad una patria a lungo cercata, il luogo dove poter «… respirare il senso del tempo.... E così, ma senza troppe scosse, diventare vecchi e morire in una giornata di vento.»¹

 

E parlando proprio del morire, pochi anni prima, in un'intervista, Parise affermò:

 

«Ho una paura tremenda, e basta. Paura del niente, del fatto che non mi sveglierò più al mattino a guardare il cielo. Questa consapevolezza mi dà un dolore immenso. Mi piace enormemente vedere il sole, le persone, la vita. Molto.»

 

Sicuramente, con “vita”, intendeva anche il suo amato cane Petote. Ecco il ritratto che ne fa:

 

Come me anche tu

cerchi compagnia

ma non tra i canini

Diffidi dei proverbi

e a Darwin credi

quanto basta per esistere

 

Ma sai che l’onore

ha regole senza specie

il pedigree obbedisce

a chi gli è simile

 

Magra è l’onda

della bestia di stile

e tu sei bestia di stile

sei tra coloro

che non fanno banda

 

Pensiero di setola

ma olore di lord

ti degnò la magra

la sprecona lady

dell’universo.

 

Parise aveva un temperamento schietto, inquieto. Temperamento che “trasferisce” anche al cane Petote, che diffida dei proverbi e crede a Darwin - per lo scrittore una lettura importante - «quanto basta per esistere».

E quando parla di pedigree, ossia la purezza di una razza canina, che fa pensare ad una appartenenza solamente per chi è della stessa ‘famiglia di élite’; ma sappiamo che l’onore / ha regole senza specie.

 

Chissà se Parise abbia voluto alludere alla sua discendenza familiare, riferendosi ad un evento che lo perseguitò per tutta l'infanzia: il fatto di essere un figlio naturale mai riconosciuto dal padre, con un cognome ereditato da maggiorenne dal patrigno, che sposò sua madre quando lui era un bambino. Una condizione di orfano di non facile sopportazione nella Vicenza degli Anni ‘30: alle elementari, al momento atteso della foto di classe, la maestra lo invitava a starsene in disparte, a non entrare nel “riquadro”. Chissà che umiliazione, penso. Anche Parise, dunque, diverso e dissimile dagli altri, tra coloro che non fanno banda.

 

Si diceva, appena sopra, di Charles Darwin.

Parise lo scopre al principio degli anni ‘60 su consiglio di Carlo Emilio Gadda che gli regalò una vecchia traduzione ottocentesca di L'origine dell'uomo e la scelta in rapporto al sesso. Scrive Giulio Vaccher:

 

«Parise era già pronto ad accogliere l’insegnamento di Darwin, annettendolo seduta stante alla propria biologia prima ancora che al proprio intelletto: quasi che la

visione darwiniana del mondo fosse un organo di senso supplementare, propedeutico e compendiario ai cinque sensi canonici.

Un organo di senso in grado di sondare il subconscio della storia, capace di

analizzare i fenomeni umani con sguardo critico e immune alle ideologie.»²

Ecco la poesia:

 

Solo perché il suo verso

somiglia a una goccia d'acqua

come tante ne cadono nell'universo

nessuno crede al merlo d'acqua

 

Eppure se spiove

eccolo glottare

a lunghi sorsi

e senza regola

 

Simile al non essere

ma essere

deve essere per il merlo d'acqua

una blague

non configurata

nella storia naturale

 

Forse Charles lo sapeva

ma riservò l'interrogativo

ai non credenti.

 

«Il merlo d'acqua (scrive il critico letterario Silvio Perrella nell’introduzione alla raccolta), a sua volta, non è altro che uno scherzo - una blague - non previsto dalla storia naturale.  Quest’anomalia forse non era sfuggita a Charles, come lo scienziato-scrittore viene chiamato in questa poesia, ma riservò l’interrogativo / ai non credenti. Cioè a chi, come Parise, costruisce in solitudine le sue icone dell’umano, con materiali spuri e non consueti.»

 

Non sono poesie di facile comprensione. Forse è per questo che, nel 1989, Cesare Garboli in “Mercurio”, supplemento culturale del quotidiano “la Repubblica”, stronca le liriche di Parise, etichettandole come oscene, “testi-limite”, svuotati di senso poetico. A volte anche i grandi critici letterari possono prendere un abbaglio. Sottolinea Perrella:

 

«Parise non è un poeta in senso stretto, né mai si è considerato tale. Dell'armamentario tecnico del vero poeta - metrica, gioco degli accenti, disposizione strofica - ha una conoscenza istintiva. Probabilmente egli non vuole scrivere versi. Forse, come Anna Maria Ortese ha fatto con i suoi, avrebbe definito questi testi come dei “piccoli scritti con aspetto di poesie”. Parise è semplicemente un narratore che spesso è attratto dalla forza sintetica che solo la poesia, o l'idea della poesia, possiede. Non a caso lui stesso ha definito i Sillabari poesia in prosa.»

 

Il Sillabario n. 2 vincerà il Premio Strega nel 1982. Nell'avvertenza al volume, Parise scrive:

 

«Nella vita gli uomini fanno dei programmi perché sanno che, una volta scomparso l’autore, essi possono essere continuati da altri. In poesia è impossibile, non ci sono eredi. Così è toccato a me con questo libro: dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.»

 

La poesia va e viene, dunque.

Leggiamone alcuni versi:

 

*

Sul bacino blu

sventazza il mare

di Capri

 

E come Tritone

polvere d'acqua

ingurgiti a schiaffo

 

Sulfo brevetti

del nettare di Tiberio

che iodio incanta

nella gola secca

 

Immerso occhio

nel fondo archeo

mura romane

nette da muschio alghe e degrado

 

Diomede lasciò

volatili gracchioni

a confermare tempo e storia

nella formica al sole

 

Ma a nulla valse

il testimoniere

tutto rimase com'era

come fu

 

Deride Zefiro

non lascia papiri

di storia umana

che dolomite infrange

 

Fu il ramarro e non tu

smunta formica

a udire le sirene

 

Chi lo vide Ulisse?

Forse l’occhio del polipo

attratto dalla luna

 

ma fauna d’acqua

ne udì la chiglia

per sentito dire.

 

*

Vento di nord

gela la valanga

e sullo scricchio strazza

sbattere di pernici

 

L’occhio del camoscio

tira a sinistra

di alte vette

 

Poi arriva il film

primavera sdrucciola

sull’irta gronda

acqua appare

sul più alto ghiaccio

goccia non sincera

di lapido sole

chiude il silenzio

il gracchio corvo

su lunghe distese

di ominetti.

 

*

Trecentomila o muori

messaggia tua madre

ottuagenaria e cieca

platinata croupier

nel gioco della vita

ne sa ben più di te

 

devi obbedire

alle ore contate

dalla longeva megera

 

chi più di lei

conosce il tuo quid

l’ovulo è marcio

già da gran tempo

non è certo

questo di primavera

vento

a farlo rifiorire

 

Ma il gioco è corto

e l’orto non farà in tempo

a dare i suoi frutti

prima che tu abbia dato i tuoi

 

Come vediamo si tratta

della cifra del vivere.

 

*

Denuda la tua foto signorina

nelle affinché di Ambra solare

fammi sentire l'odore

e della tua pelle

e di iodio del ‘34

 

ora che i pontoni

non hanno più crosta

né il sale rafferma

dopo il bagno

 

Sciogli

il costume di lana

blu con riga bianca

e assorbi

del sole del Lido

quanto ti dice

la pubblicità.

 

*

Orsù Jack

animo Wladimir

alzate i fari

più alti

illuminate le uniformi

di questi vecchi Papi di pezza

 

Uff che polvere

che cipria

guarda quello Jack

credeva di essere un re

Uff che stracci

 

Non era certo così

quel danese vestito tutto di nero

non pareva nemmeno morto

Via via ragazzi

troppa polvere di storia

disinfestiamoci

presto ragazzi

 

Questo è ciò che fu

tuffiamoci ora nell’uranio

e che l’ombra del nero principe sia con noi.

 

Sono d'accordo con Perrella: questa è una delle poesie più affascinanti e cariche di mistero. Fu dettata da Parise il 12 maggio 1986. Chi saranno mai Jack e Vladimir?

Per il critico letterario sono Jack Kerouac e Vladimir Majakovskij: «Parise li trasforma in due opposte opzioni della Storia - una americana e l'altra russa - e chiede loro: alzate i fari / più alti / illuminate le uniformi / di questi vecchi Papi di pezza. Che la Storia fosse polverizzata, perdendo la sua ferrosa frontalità e compattezza, è un’intuizione (e un’immagine) che troviamo anche in alcuni scritti di Calvino (da La nuvola di smog a Collezione di sabbia).»

 

E come ci si può disinfestare da una Storia polverosa? Magari facendosi aiutare da un’ombra - Amleto - quel danese vestito tutto di nero.

 

Meglio fuggire da una polvere immobile, incatramata. Andarsene da Roma, per tuffarsi  nell’uranio - “compresenza di futuro e preistoria”, scrive Perrella - che era forse vivere a Salgareda, tornare ad un “Veneto barbaro di muschi e di nebbie”, attraversare «un ponticello su un rigagnolo e poi una vasta, selvaggia vegetazione simile a quella tropicale, fino all'acqua del Piave, azzurra limpidissima e gelida. Si guadava il Piave e ancora tra ghiaia abbacinante si risaliva su altre piccole isole popolate di fagiani, di stame, di merli. Grandi fiori gialli e prati parevano nascosti dalla civiltà e più di una volta si aveva la sensazione di un luogo disabitato e sconosciuto, una specie di Eden a forma di labirinto, con suoni e rumori "classici" dell'Eden: pigolii, frusciare tiepido di vento, acque immacolate, muschio, animali, frutta.»

 

Quindici giorni dopo la morte di Parise, Alberto Moravia ricordò il suo ultimo incontro con l'amico. Insieme ci sono Giosetta, Omaira ed altri amici. Bevono il tè, mentre l'umidità pesante preannuncia un temporale…

 

«Facciamo una conversazione vivace e cordiale, alla maniera veneta, parliamo un po’ di tutto, da fatti pubblici come la politica e la letteratura a fatti privati come il mio matrimonio. Parise, che non dovrebbe fumare, fuma continuamente seduto di sbieco su una poltroncina, sta zitto ma con l’aria di attenzione di chi ascolta. […] Ad un tratto, in un breve silenzio, colgo l’occasione per dirgli che ha una bella casa. Allora si alza, con passo lento e affaticato mi viene vicino, e mi dice in tono di scontento oggettivo e polemico, come se non parlasse di se stesso ma della casa: “Sì, ho una bella casa, ma sto per diventare cieco”.»³

 

Cari Amici Lettori, mi commiato con questa poesia di Eugenio Montale:

 

                           a Goffredo Parise

 

Jaufré passa le notti incapsulato

in una botte. Alla primalba s’alza

un fischione e lo sbaglia. Poco dopo

c’è troppa luce e lui si riaddormenta.

È l’inutile impresa di chi tenta

di rinchiudere il tutto in qualche

                                              [ niente

che si rivela solo perché si sente.⁴

 

Notizia

 

Goffredo Parise nasce a Vicenza l'8 dicembre 1929, da N.N. e Ida Wanda Bertoli, figlia adottiva di un fabbricante di biciclette che proprio in quell'anno vide fallire la propria attività. Visse col nonno materno e con la madre in un'infanzia segnata da difficoltà economiche e da una sorta di forzato isolamento: nel tentativo di proteggerlo dagli scherni dei compagni sulla sua condizione di figlio naturale (o "illegittimo", come si diceva in quegli anni) la famiglia lo tenne infatti il più possibile in casa, e gli venne raccontato che il padre era morto (in realtà si trattava di un medico veneto che aveva abbandonato Wanda in stato interessante).

 

Il regime economico della famiglia cambiò quando la madre nel 1937 sposò Osvaldo Parise, direttore di un quotidiano locale, che, qualche anno dopo, diede il suo cognome a Goffredo. Il ragazzo si iscrisse al liceo e, nel 1947, terminò gli studi superiori.

La famiglia si trasferì a Venezia e proprio nella città lagunare, nel 1951, Neri Pozza pubblicò il primo romanzo dell'autore, Il ragazzo morto e le comete, cui seguì, nel 1953, La grande vacanza.

 

Dopo alcune brevi collaborazioni all'«Alto Adige» di Bolzano e all'«Arena» di Verona lo scrittore si trasferì a Milano. Qui iniziò a lavorare con la casa editrice Garzanti, presso la quale pubblicò, nel 1954, Il prete bello, accolto con molte perplessità dalla critica, ma destinato a rimanere anche negli anni successivi uno dei libri più venduti del dopoguerra.

 

Nel 1955 Parise cominciò a lavorare per il «Corriere della Sera» e, nel 1956, venne pubblicato, ancora da Garzanti, Il fidanzamento. Nel 1959 uscì Amore e fervore (il titolo originale, Atti impuri, venne cambiato dall'editore). Intanto Parise aveva sposato, nel 1957, Maria Costanza Speroni; suo testimone di nozze era stato lo scrittore Giovanni Comisso.

 

Negli anni Sessanta, all'attività di scrittore si affiancò quella di sceneggiatore, e Parise collaborò alla sceneggiatura dei due film di Mauro Bolognini: Agostino (1962, dal romanzo di Alberto Moravia) e Senilità, anch'esso del 1962, tratto dal romanzo di Italo Svevo.

Tra le altre esperienze cinematografiche, vanno ricordati i film L'ape regina di Marco Ferreri (1963), che lo scrittore veneto ricavò dal suo lavoro teatrale La moglie a cavallo, e la collaborazione con Fellini per un episodio di Boccaccio '70 (1962, l'episodio in questione è Le tentazioni del dottor Antonio con Peppino De Filippo) e per il film Otto e mezzo (1963).

 

Nel 1963 il legame con Maria Costanza Speroni si concluse con la separazione e, da questa esperienza di crisi affettiva, nacque L'assoluto naturale, scritto per il teatro e incentrato sull'analisi del rapporto di coppia: l'opera andò in scena al Teatro Metastasio di Prato nel 1968, per la regia di Franco Enriquez (interpreti Valeria Moricone e Renzo Montagnani).

 

Nel 1965 uscì il romanzo Il padrone che valse a Parise il premio Viareggio e che esprime, nella rappresentazione del lavoro in fabbrica, il disagio esistenziale in una società che sempre più cerca di annullare l'identità individuale.

 

Nel 1966 Parise pubblicò Gli americani a Vicenza, un racconto scritto dieci anni prima; nello stesso periodo conobbe la pittrice Giosetta Fioroni che divenne la sua compagna.

Nel 1969, alcuni racconti scritti tra il 1962 e il 1966 furono riuniti in volume col titolo Il crematorio di Vienna.

Intanto si intensificò l'attività di giornalista e, dai viaggi di lavoro, scaturirono i volumi Cara Cina (1966), Due, tre cose sul Vietnam (1967), Biafra (1968); neglisuccessivi Guerre politiche (1976, su Vietnam, Biafra, Laos e Cile), New York (1977), L'eleganza è frigida (1982, sul Giappone).

 

Dopo aver pubblicato i racconti di Sillabario n.1 (1972), Parise tornò a lavorare per il cinema collaborando alla sceneggiatura del film Ritratto di borghesia in nero di Tonino Cervi (1978), tratto da un racconto di Roger Peyrefitte: com'era già successo per L'ape regina, anche questo film ebbe problemi di censura.

 

Nel 1982 uscì il Sillabario n.2 che concluse quell'analisi dei sentimenti condotta da Parise con un'attenzione sempre partecipe: nei due volumi, da alcuni considerati il suo vero capolavoro, l'autore dedica a ciascun sentimento un breve racconto, da cui emerge una sorta di riscoperta dei più autentici valori

 

Gravemente malato, viene ricoverato all'ospedale di Treviso, la mattina del 31 agosto 1986; non riesce a muoversi né a respirare. Gli infermieri cercano di metterlo in una posizione più comoda; risultando inutili i loro tentativi, Parise li ferma dicendo "non ne vale la pena" e muore. A 57 anni.

 

Note

¹ Goffredo Parise, da una lettera a Neri Pozza, luglio 1978);

² Giulio Vaccher, in Goffredo Parise e le arti visive, Tesi di Laurea, Università “Cà Foscari” di Venezia, 2015;

³. Alberto Moravia,  L'ultima volta, nel suo Veneto, «L'Espresso», 14 settembre 1986;

⁴ Eugenio Montale, da Diario del ‘71 e del ‘72, in Tutte le poesie (Meridiano Mondadori, 1984);

⁵ La biografia è tratta dal sito di Goffredo Parise.