Mono no aware e la caducità della vita
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Mono no aware e la caducità della vita

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Mono no aware e la caducità della vita

I fiori che avete piantato la scorsa primavera con tanta premura, dopo avervi deliziato per un'intera stagione con i loro colori, sono infine appassiti e i petali rinsecchiti decorano in terreno con la loro promessa infranta. Questa composizione di natura morta vi ricorda, in quanto metafora, le amicizie del passato che si sono via via andate perdendo nel corso degli anni; più in generale, appare dinanzi a voi come un esempio della caducità della vita e del costante mutamento di tutte le cose, alle quali ci aggrappiamo come un bimbo si cinge ostinatamente al seno della madre, la quale non ha più latte da donargli, mentre lui ne vorrebbe ancora. "E' il normale ciclo delle cose, ma allora perché sto piangendo?" vi domandate.

I giapponesi racchiudono questa costellazione di emozioni nel termine mono no aware. Trattandosi di una lingua molto distante dalla nostra, è difficile tradurne appieno il significato, ma possiamo dirci soddisfatti nel darle il significato di "il pathos delle cose", inteso come l'improvviso risveglio dell'umana sensibilità estetica che ci permette di goderci, ad esempio, un bellissimo tramonto, pur consapevoli della sua impermanenza, la quale ci copre con un velo di anticipata nostalgia. La bellezza, purtroppo, non è garanzia di continuità.

Volendo andare più a fondo nella questione linguistica, possiamo tentare una traduzione letterale del termine. Scopriremmo così che mono significa "cosa" mentre aware altro non è che un'esclamazione di stupore. Sarebbe come dire "ah, che bel tramonto!", il quale è sempre stato lì, ma che ha risvegliato i nostri sensi soltanto adesso.

Mono no aware nasce non da opere grandiose, ma da un’accorta partecipazione ai piccoli eventi della nostra quotidianità. L'attesissima fioritura annuale dei ciliegi è considerata dai giapponesi l'esempio per eccellenza di tutto ciò.

È giunto il momento di spezzare una lancia a favore di noi occidentali, che dalla foga con cui ci aggrappiamo a certe questioni sembriamo avere dimenticato la nostra impotenza dinanzi al cambiamento. Forse ci siamo montati la testa, forse abbiamo perso di vista le cose importanti della vita. Forse abbiamo un disperato bisogno di certezze in un mondo sempre più confuso.

Qualunque sia la ragione, siamo ancora in tempo per ricordare che già due millenni fa, in terra ellenica, si aggirava un uomo chiamato Eraclito, al quale si attribuisce la frase "è impossibile entrare due volte nello stesso fiume, perché acque sempre nuove scorrono su di noi". Egli infatti professava la sua dottrina secondo la quale tutto nasce dalla morte di qualcos'altro. Inoltre, si diceva che disprezzasse quasi tutti i suoi concittadini ai quali consigliava di impiccarsi seduta stante, ma questa è un’altra storia.

Ci sono sicuramente altri esempi oltre ad Eraclito, ma le mie conoscenze limitate di storia della filosofia non mi consentono di andare molto oltre, perciò preferisco tornare alla questione giapponese per presentare due autori tanto validi quanto antichi.

La prima è Murasaki Shikibu, la quale fu dama alla corte imperiale durante il periodo heian, attorno all'anno 1000. Sua è l'opera Genji Monogatari (La storia di Genji), considerato uno dei più antichi romanzi conosciuti. Nonostante la sua età, è incredibilmente moderno nei temi e nello stile; ambientato "durante il regno di un certo sovrano, non so bene quale", racconta le avventure amorose del giovane Genji, figlio dell'imperatore. La vitalità del personaggio si contrappone alle numerose separazioni che egli affronta, facendo del mono no aware uno dei concetti cardine della narrazione.

Il secondo autore è il monaco buddista Kenko Yoshida, vissuto a cavallo del 1300. La sua opera più famosa è la raccolta di prose Tsurezuregurusa (“appunti presi durante le ore d'ozio”), ore che ha trascorso non perdendo tempo come il titolo sembra suggerire, bensì dedicandosi alla riflessione su numerose questioni. Una di queste, guarda un po', era la caducità della vita.

"Se fosse legge di natura per l'uomo durare in eterno come la rugiada sulla piana di Adashino che mai cessa di dissolversi, o il fumo del monte Toribe che mai resta di levarsi, verrebbe meno anche la commossa malinconia delle cose. Il mondo è affascinante proprio perché è effimero." (Tsurezuregurusa – cap. 7)

Conclusa quest'ultima esposizione, termina questo articolo. Se vi è piaciuto, questo è il momento ideale per addolorarsi della sua fine.

Letture consigliate:
La storia di Genji - Murasaki Shikibu
Ore d'ozio. Tsurezuregurusa - Kenko Hoshi
La sapienza greca. Eraclito. Vol. 3 - Giorgio Colli