Giuseppe De Santis affronta una questione mai pienamente risolta: Giacomo Leopardi fu un filosofo?
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Una prova d’orchestra. Con una nota sullo Zibaldone

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Una prova d’orchestra. Con una nota sullo Zibaldone

Per Francesco De Sanctis, Giacomo Leopardi “primamente è un poeta” e non può essere un filosofo, poiché a filosofare si richiede un metodo che lui non aveva. Come se il vero della filosofia fosse in contrapposizione al bello della poesia e non la sua fonte primaria. In realtà, come suggerisce Luporini, la questione è oziosa se posta in questi termini, perché non vi è dubbio che dentro ogni uomo vive un’intuizione del mondo di cui fa parte. Ne consegue che tutti gli uomini, chi più chi meno, sono dei filosofi e si creano una visione delle cose. Né Leopardi può considerarsi un’eccezione. Tuttavia, per Luporini, venendo meno il processo di verifica di una teoria, quella connessione problematica e critica per cui ogni generazione torna a leggere e a interpretare un testo, è da accogliersi il giudizio che Leopardi non fu filosofo. Anzi, riprendendo De Sanctis e Croce, dice che la sua filosofia è volta principalmente alla vita pratica e fu dunque più “un moralista che un metafisico(1)”.

E se di proposito, conforme alla sua idea di natura, Leopardi avesse rappresentato un mondo sconnesso di sistema, in cui a lampi emerge una qualche ragione morale, una partitura di frammenti scomposti che si legano, si slegano e s’intrecciano con la necessità dei propri sentimenti, delle proprie passioni e ragioni? Non avrebbe lui consegnato i suoi pensieri, il suo sentire, a “un immenso scartafaccio”, di getto, alla rinfusa, senza un piano prestabilito, per ricondurre la filosofia alle sue ragioni primarie, che sono, come per gli antichi, l’esperienza, l’osservazione della natura e della società?

La chiave di volta del suo sistema, poiché di sistema si tratta (anche se rifiutasse ogni sistema), ancora una volta ci viene dallo Zibaldone. Anzi più che dirci cos’è un sistema, molto più semplicemente Leopardi ci indica quando manca un sistema.

 

“Mancare assolutamente di sistema (qualunque esso sia), è lo stesso che mancare di un ordine di una connessione d’idee, e quindi senza sistema, non vi può esser discorso sopra veruna cosa. Perciò quelli appunto che non discorrono, quelli mancano di sistema, o non ne hanno alcuno preciso. Ma il sistema, cioè la connessione e dipendenza delle idee, de’ pensieri, delle riflessioni, delle opinioni, è il distintivo certo, e nel tempo stesso indispensabile del filosofo(2).”

 

Per Leopardi dunque solo quelli che non discorrono mancano di sistema, cioè quelli che in senso traslato non riescono a scorrere qua e là e connettere con la mente i pensieri. In altre parole gli stolti. E non ci sembra il suo caso. In realtà Leopardi nulla fa a caso e, molto probabilmente, non voleva codificare nessun approccio sistematico al suo pensiero. Le stesse Operette, benché composte e compiute, sono difficili da catalogare: sono opera di letteratura o di filosofia? Conviene forse leggere Leopardi con quella fragranza e gusto che implica una buona prova d’orchestra, dove ogni atto è un fatto a sé compiuto, un minuscolo frammento, una partitura di umanità in cui traspare una disarmonia universale ma che può diventare armonia: sia una nota erudita, una poesia mancata, una stilettata di malinconia, un assolo di filosofia. Ogni opera, come ogni vita, è incompiuta per definizione e darle un senso, è come avere la percezione di un granello di sabbia in mezzo a un deserto: resta una finzione, tutt’al più una consolazione. Come le nuvole, le opere possono assumere mille forme, sfumature e colori, a seconda della fantasia e dello spirito di chi osserva e di cosa si vuole rappresentare. Dire se Leopardi sia un traduttore, un poeta, un filosofo, un filologo, un critico o un moralista, se abbia un sistema o no, è come porre un argine a un fiume in piena. E Leopardi era un fiume dirompente d’immaginazione nel vivere il suo sogno d’umanità, il mistero che si dipana filo per filo per tessere la sua tela. A suo modo e con la vita, Leopardi fu antipoeta nella sua poesia, antifilosofo nella sua filosofia e antitutto nella sua umanità, per questo caro agli dei e agli uomini tutti. Anche quando è lui stesso a parlarci del suo sistema.

 

“Il mio sistema introduce non solo uno Scetticismo ragionato e dimostrato, ma tale che, secondo il mio sistema, la ragione umana per qualsivoglia progresso possibile, non potrà mai spogliarsi di questo scetticismo; anzi esso contiene il vero, e si dimostra che la nostra ragione, non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ch’ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e che solo il dubbio giova a scoprire il vero, ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita, sa, e sa il più che si possa sapere(3).”

 

Di più, chi non vive d’entusiasmo, di sogni di gloria, d’eroismo, di poesia, mai sarà un grande filosofo. Al più sarà diligente, sottile, dialettico, matematico, ma mai conoscerà il vero, resterà per sempre un filosofo dimezzato. E non già perché la fantasia, la poesia, le passioni dicano più della ragione, ma per il solo fatto che non è possibile concepire e conoscere la natura fuori dal suo essere. E la natura è poesia, passione, immaginazione, e anche ragione. E chi ignora tutto questo, barcolla come un cieco ad afferrare il nulla, ignora una grandissima parte della natura.

Ecco prendiamo per esempio l’arcobaleno e scomponiamolo per elencare ed enumerare, arzigogolando, i suoi colori. Che cosa resterebbe della sua bellezza? Così accade alla natura quando si considera fuori dal meccanismo del bello che è insito in ogni sua parte, resterebbe incompiuta in ogni sua parte. E non si può conoscere una verità “se non si conoscono perfettamente tutti i suoi rapporti con tutte le altre verità, e con tutto il sistema delle cose(4)”.

La scienza della natura, per Leopardi, non è che scienza di rapporti e tutti i progressi del nostro spirito non consistono che nello scoprire questi rapporti(5). Ecco perché il grande filosofo è raro come il grande poeta, ed è così raro che si può dire che “ne sorge uno ogni dieci secoli, seppur uno n’è mai sorto”. E perché sia filosofo, è indispensabile che sia prima di tutto un grande e sommo poeta; e non già perché ragioni da poeta, ma perché ragioni ed esamini da filosofo tutto ciò che solo il poeta può intuire, conoscere e sentire.

 

“La ragione ha bisogno dell’immaginazione e delle illusioni ch’ella distrugge; il vero del falso; il sostanziale dell’apparente; l’insensibilità la più perfetta della sensibilità la più viva; il ghiaccio del fuoco; la pazienza dell’impazienza; l’impotenza della somma potenza; il piccolissimo del grandissimo; la geometria e l’algebra della poesia(6).”

 

Solo le grandi illusioni concepite in un momento di grande entusiasmo o di disperazione possono intuire e rivelare le più sublimi verità, i misteri più profondi, gli abissi più cupi della natura e della vita. E non vi è uomo più illuso, più infiammato e disperato, “la cui anima è in totale disordine”, del poeta lirico. La poesia e la filosofia rappresentano, per Leopardi, la sommità dello spirito umano, sono le più nobili e difficili tra le facoltà cui possa applicarsi l’ingegno. Questo è il motivo per cui, pur essendo le più utili, sono quelle più dispregiate fra tutte le facoltà, perché tutti credono di possederle o di poterle acquisire, quando invece sono le più rare e straordinarie. In più a differenza delle altre, raramente danno pane e recano onore: insomma nulla vi è da sperare in vita se non la gloria dopo la morte.

Questo è il motivo per cui lo Zibaldone va letto come l’opera di un filosofo che è prima di tutto un poeta lirico. Chi mai volesse cercare un filo conduttore ai suoi molteplici temi, malgrado la sua grande coerenza, resterebbe smarrito nella sua imponenza di sentimenti, cognizioni e ragioni. Come ci suggerisce Damiani, andrebbe forse letto come una sinfonia incompiuta, “con quell’arte di sfogliare i libri di cui parlò Céline, piuttosto che tagliarlo e cucirlo a proprio piacimento o per una scelta critica(7)”. E forse lo stesso silenzio degli ultimi anni è ultrafilosofico e poetico in ragione della sua malattia: “une ophtalmie fort obstinée, qui me rend absolument impossible tout espece d’application, est venue me perfectionner dans la nullité de ma maniere d’être(8)”.

Tuttavia lo Zibaldone non può neanche essere eluso: troppo somiglia alla vita, al sentire e al pensare del suo autore. E se proprio si vuole trovare un filo conduttore, lo si cerchi in quell’uso notato e famoso presso gli antichi, e in particolare nell’opera di Senofonte: “che non premise nessun preambolo alla sua Κύρου άναβάσει (Anabasi), sebbene dal secondo libro in poi, premetta libro per libro, Laerzio dice un proemio, ma veramente un epilogo o riassunto brevissimo delle cose dette prima”. Di quest’opera, senza preambolo, Leopardi non provava nessuna meraviglia, perché non era una storia, ma un diario o giornale.

 

“Infatti procede giorno per giorno, segnando le marce, contando le parasanghe ec. ec. infatti l’opera si chiude con una lista effettiva o somma dei giorni, spazi percorsi, nazioni ec. Lista indipendente dal resto, per la sintassi. E di queste enumerazioni ne sono sparse per tutta l’opera. Non doveva dunque avere un proemio, non essendo propriamente in forma d’opera, ma di Commentario o Memoriale, ossiano ricordi, e materiali(9).”

 

Il Commentario o Memoriale, dunque, non ha bisogno di nessun preambolo ed entra direttamente in materia. Se poi come nel caso di Senofonte ha la proprietà di essere scritto da un testimone, anzi dal principale attore e protagonista degli avvenimenti, ci dice Leopardi che non ha eguali in nessun’altra opera storica greca che ci rimanga, “anzi a nessun’antica, fuorché ai commentari di Cesare”. Ed è questo il motivo per cui diventa singolarmente preziosa e unica, perché, più di altre, può dare la vera idea dei costumi, dei pensieri, dei fatti e della natura di un’epoca. Stabilisce insomma una sorta di continuità nella storia, un filo che lega uomini ad altri uomini, età ad altre età, in un incontro di casi e circostanze che mutano per restare sempre incompiuti.

Per altri versi, non si potrebbe dire altresì per lo Zibaldone? Non riprende il filo là dove è stato interrotto per dirimerlo in altri strati nel caos, a volte provvisorio a volte definitivo, di rapporti, teorie, approfondimenti, sentimenti, sapere, ragioni e illusioni? Di certo vi è tutto il sentire di un uomo e di un’età. Ed è quello che ci resta, da dove ripartire.


 


(1)In Cesare Luporini, Leopardi progressivo, Editori Riuniti, Roma, 1980, pag. 4.

(2)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone di pensieri, a cura di Walter Binni, volume secondo, Sansoni editore, Firenze, 1976, pag. 275.

(3)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 463.

(4)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 503.

(5)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 503.

(6)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pag. 504.

(7)In Rolando Damiani, Zibaldone la sinfonia incompiuta, in Poesia, Crocetti editore, Milano, anno X, n. 107, giugno 1997, pag. 15.

(8)Lettera, recentemente recuperata, di Giacomo Leopardi a Charlotte Bonaparte del 17 maggio 1833, in Rolando Damiani, Zibaldone la sinfonia incompiuta, op. cit., pag. 16.

(9)In Giacomo Leopardi, Tutte le opere, Zibaldone op. cit., pp. 164-165.