Il racconto di Francesco Casoni. Quinta puntata.
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Sarà una bella società

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Sarà una bella società

“Ci vorrebbe la castrazione chimica”, sentenziò Carlo, dando una manata al quotidiano.

Nelle lunghe giornate rinchiusi nel capanno degli attrezzi non c'era molto da fare. Non potevano certo mettersi a giocare a briscola, magari bestemmiando ad alta voce per fare incazzare le operatrici come al bar della casa di riposo.

L'attesa era lunga e noiosa, di conseguenza la lettura del giornale rimaneva il modo migliore per sprecare il proprio tempo, oltre che lo spunto per infinite conversazioni sottovoce, non tanto più scadenti di quelle dei talk show televisivi.

“Per questi qua la castrazione chimica è troppo poco”, si inserì Nereo, con agilità da attaccapezze olimpionico. Quei tizi di cui parlava il giornale, quelli che avevano violentato la ragazzina, bisognava punirli come si deve. “Castrazione fisica, altrochè!”, tuonò lui.

Osvaldo fece cenno di abbassare il volume. Partecipava a queste conversazioni con distacco aristocratico, non a caso lo chiamavano “Il conte”. Il fatto è che, da un lato, aveva altro a cui pensare e la lettura del giornale gli serviva solamente a interrompere per qualche minuto il continuo rimuginare del suo cervello. E poi, che senso aveva inserirsi in quei discorsi senza capo, né coda?

Ad esempio a Nereo avrebbe davvero voluto chiedere cosa aveva in mente, quando parlava di castrazione fisica. Una sala operatoria o un boia armato di scimitarra, una famminista con delle cesoie da giardiniere o la nonna con la lametta da barba e lo spago come si faceva col cappone? Perché i dettagli erano importanti.

Per fortuna ad alzare la posta arrivò come sempre quel fascistone di Giorgio, che doveva avere sempre l’ultima parola. “Castrazione fisica, ma a strappo!”, disse, ridendo, mimando quel gesto di cavare via le carote dalla terra, che provocò un brivido lungo la schiena a tutti gli altri.

Dopo un momento di silenzio che sembrava riflessivo, ormai padrone del campo, Giorgio rincarò la dose: “Ci vuole la pena di morte, subito”. Punto.

Eh, certo, pensò Osvaldo, fingendo di sfogliare il giornale per i cazzi suoi: la pena di morte si portava su tutto. Poi Giorgio aveva aggiunto una raffinatezza, quel “subito” che evocava sistemi più sbrigativi di un farraginoso iter giudiziario: esecuzioni sul posto, senza tante chiacchiere. Da parte di chi, non lo specificava mica: la polizia, i carabinieri, i vigili urbani, ronde di cittadini, Robocop, il giudice Dredd?

“Propongo la pena di morte, ma per lapidazione”, li prese per il culo Osvaldo.

“Bravo!”, esclamò a bassa voce Giorgio, che però non volle rinunciare a conquistare la vetta del climax: “Ma io li chiuderei in una gabbia, esposti in piazza, a morire di fame”. Alé, si disse Osvaldo, dritti dritti dal fascismo al pieno medioevo.

“E con un fuoco sotto il culo” aggiunse Nereo.

“E senza processo”, chiuse Giorgio, che a questa cosa della giustizia sommaria teneva proprio.

Carlo aveva abbandonato la tenzone, un po' perplesso per l'inquietante modello di società che il loro brainstorming mattutino stava disegnando. Il conte taceva, più che altro spazientito.

Giorgio guardò Nereo, che lo ricambiò con sguardo di pesce rosso. Era chiaro che doveva prendere una decisione in fretta: alzare ulteriormente l’asticella o abbandonare le armi, lasciando ancora una volta la vittoria a Giorgio. Bel dilemma, per Nereo, che era socialista da quando prendeva il biberon: un conto era fare a gara di spacconate, un altro era avventurarsi in territori ben distanti dalle sue ferree convinzioni di garantista. Ma gli avrebbe bruciato altrettanto, sul piano politico, concedere la vittoria a quel nostalgico di Giorgio. Bel dilemma davvero.

A interrompere lo snervante stallo alla messicana pensò Osvaldo. Si alzò in piedi, buttò il giornale sul tavolo e la chiuse lì: “Bene, signori. Adesso che tutti insieme abbiamo risolto i problemi del paese, che ne dite di farvi belli, mettervi le scarpe e chiudere i bagagli? Il sole sta calando e c'è una barca che ci aspetta per portarci a Mompracem”.